giovedì 18 maggio 2017

Un thriller mozzafiato che pian piano diventa horror distruggendo luoghi comuni e stereotipi: "Get Out - Scappa" dell'esordiente Jordan Peele

Una vera sorpresa questo thriller orrorifico che segna l’esordio nella regia dell’attore comico statunitense Jordan Peele (volto noto soprattutto della tivù americana), che l’ha sceneggiato e diretto tenendo d’occhio
e in mente i capolavori del genere, sì perché “Get Out - Scappa!”, ha tanti riferimenti alti, dai classici (“Ho camminato con uno zombie” di Jacques Tourneur) a quelli degli ultimi quarant’anni (da Joe Dante a George A. Romero, da Brian Yuzna e Stuart Gordon), magari inconsci che però riaffiorano pian piano per trasformarsi in veri omaggi, anziché semplici citazioni.
Infatti, parte proprio da luoghi comuni e stereotipi ma per ribaltarli con ironia, suspense e tensione, alta tensione, in un thriller che diventa horror senza mai cadere nello splatter ne nemmeno il prevedibile. Ed è davvero inquietante, oltretutto perché dubbi e sospetti non sono mai senza fondamento. Non a caso lo spunto iniziale ricorda “Indovina chi viene a cena”, ma qui non tutto è come sembra, anzi niente. Senza dar retta ai consigli del suo caro amico, Chris (l’anglo-africano Daniel Kaluuya), giovane fotografo e
artista afroamericano newyorkese, gli affida il suo cane e decide di recarsi dai genitori della sua fidanzata bianca Rose (Allison Williams), per un weekend fuori città nella loro residenza. I genitori della ragazza Missy (la rediviva Catherine Keener) e Deab (Bradley Whitford) e il fratello Jeremy (Caleb Landry Jones), nonostante le aspettative, si mostrano subito gentili e accoglienti. Però, forse, cercano di nascondere l'imbarazzo dall’essere del tutto all’oscuro del rapporto interraziale della figlia. Ma certi
atteggiamenti e scoperte sempre più inquietanti, soprattutto riguardo gli enigmatici domestici afroamericani, la cameriera Georgina (Betty Gabriel) e il giardiniere Walter (Marcus Henderson), non fanno altro che creare sospetti e dubbi nello spaesato Chris… Meglio non rivelare altro per non rovinarvi la sorpresa, anzi le sorprese di questo originale e inquietante thriller mozzafiato, ma se amate il genere scoprirete anche degli ‘omaggi’ ai maestri Hitchcock e Polanski,
così come ai ‘sofisticated horror’ anni Settanta (in primis “La fabbrica delle mogli” rifatto qualche anno fa). Inoltre il cast – al contrario di quanto accade spesso - è ottimo, dai protagonisti ai caratteristi. Reduce da un grande successo di pubblico e critica in patria – dove è già stato considerato il “miglior horror del decennio” -, “Get Out” non delude e conferma il vecchio detto “Fidarsi è bene, non fidarsi è
meglio”, soprattutto per quanto riguarda potere e razzismo, sfruttamento e politica, ipocrisia e pregiudizio. E questo piccolo gioiello del genere non poteva che essere prodotto dalla Blumhouse dell’attivissimo e lungimirante Jason Blum, un produttore che ha fatto del low budget (5milioni di dollari) sinonimo di qualità nel genere e per il genere. Buon Horror a tutti! José de Arcangelo
(4 stelle su 5) Nelle sale italiane dal 18 maggio distribuito da Universal International Pictures Italia

giovedì 11 maggio 2017

"On the Milky Road" di Emir Kusturica arriva nei cinema, con una carica esplosiva di idee e fantasia. Una favola moderna tra amore e guerra, uomo e natura, metafore e simboli

Emir Kusturica racconta ancora una volta una favola balcanica in una miriade di idee e di invenzioni, di metafore e simboli, miti e tradizioni, tra realtà e sogno (incubo?), autobiografia e storia. “On the Milky
Road” (Sulla via Lattea) – in concorso al 73° Festival di Venezia – è un’opera, girata quasi interamente in esterni, traboccante di riferimenti e citazioni ma, forse, vista attraverso lo sguardo (l’obiettivo) dell’esperienza che diventa saggezza. Un’avventura diventata lunga tre anni, di cui l’autore confessa: “E’ una favola moderna, ed è stato emozionante dirigerla. Ho scoperto la bellezza, ma anche mondi profondamente umani”.
Un’esperienza totale che – prosegue Kusturica – “trae spunto da diversi aspetti della mia vita. Se dovessi tracciare un paragone tra il mio cinema di ieri e quello di oggi, direi che oggi tendo a guardare di più alle origini. In altri momenti della mia vita, il cinema esisteva in un dialogo con le altre arti: letteratura, pittura e così via. Questa volta, invece, mi interessava soprattutto concentrarmi sulla purezza del linguaggio cinematografico in sé”. E la storia si ispira a diversi fatti realmente accaduti, come la vicenda del protagonista (raccontatagli a
Mosca), ma anche quella della donna italiana (in Croazia), e il terzo di un uomo sopravvissuto in un campo minato mandando avanti la mandria di pecore (durante il conflitto). Primavera durante la Guerra nell’ex Jugoslavia. Ogni giorno un uomo, Kosta (lo stesso Kusturica) trasporta il latte e attraversa il fronte cavalcando il suo asino, schivando pallottole, per portare il suo prezioso carico ai soldati. Benedetto dalla fortuna nella sua missione, amato da una giovane del paese, Milena (la sorprendente Sloboda Micalovic), tutto fa pensare che un futuro di pace lo stia aspettando… finché un giorno l’arrivo di una
misteriosa donna italiana (un’inedita Monica Bellucci, alla sua migliore prestazione) – destinata a sposare il fratello di Milena, Zaga Bojovic (il fedele Miki Manojlovic), eroe di guerra -, non sconvolgerà completamente la sua vita… e quella degli altri. Come una cassa di Pandora, l’amore proibito fra i due, svelerà una serie di situazioni e di avventure fantastiche e al tempo stesso pericolose. Ma ai due, che si sono incontrati quasi per caso, sembra che niente e nessuno sia in grado di fermarli.
Amore e guerra, animali e soldati, natura (maestosa) e umanità (brutale), devozione e sacrificio sono protagonisti e argomenti di una pellicola ora onirica ora realistica (sempre secondo Kusturica) ora caotica, ma non priva di scene da antologia, né di personaggi grotteschi. Un mix esplosivo che mette a confronto l’innocenza degli animali (un falco pellegrino che diventa suo fedele amico, un serpente che beve il latte, noto antidoto ai veleni, un orso ferito) e la colpevolezza degli uomini (la guerra, la tortura, la costrizione).
“Durante le riprese – confessa l’autore -, la mia vita ruotava completamente intorno al film (che a sua volta sembra ruotare intorno ai protagonisti ndr.). Il mio approccio alla regia era in linea con la mia filosofia, col mio rapporto con la natura e con quello che la gente pensa veramente della vita. “Sulla Via Lattea” non sarà all’altezza dei suoi capolavori – dall’opera prima “Ti ricordi di Dolly Bell?”, Leone d’oro a Venezia, a “Papà è in viaggio d’affari”, Palma d’Oro a Cannes; da “Arizona Dream” (Il valzer del pesce freccia), Gran Premio della Giuria a Berlino, a “Gatto nero, gatto bianco”, Leone d’Argento a
Venezia – ma ci porta comunque in un suggestivo e visionario viaggio in compagnia di “un uomo e una donna che si innamorano e sono pronti a sacrificarsi, dentro la natura”. E a proposito della bellezza, di cui nel film la protagonista dice: “la bellezza mi ha causato solo dolore”, Monica Bellucci conferma che in parte è una condanna, anche se lei l’ha vissuta sempre come un dono: “A volte, però, provoca curiosità e la gente ha voglia di distruggerla, un male che passa col tempo. Per ‘Irreversible’ avevo chiesto al regista Gaspar Noè perché avesse scelto proprio me, e mi rispose: per far
vedere la violenza con cui, certe volte, alcuni uomini vogliono prendere e distruggere la bellezza. Ma Emir parla della bellezza che si porta dietro il dolore con leggerezza e poesia. Parla d’amore – tra adulti che raramente viene affrontato dal cinema - raccontando la guerra, ha mescolato dolce e amaro. La vita, del resto, è fatta di questi contrasti”. Monica nel film canticchia ‘La più bella del mondo’, una canzone di cui il regista ricordava solo le note e le chiese, come fa?, e visto che lei ricordava anche le parole... José de Arcangelo
(3 ½ stelle su 5) Nelle sale italiane dall’11 maggio (2017) distribuito da Europictures in 30 copie

Una gustosa commedia al femminile su una donna che si risveglia con un 'sesso maschile': "Qualcosa di troppo" di e con Audrey Dana

Arriva ancora una piacevole commedia comico-brillante francese sceneggiata (con Maud Ameline e Murielle Magellan), diretta e interpretata da Audrey Dana: “Qualcosa di troppo” (Si J’etais un homme) che, nonostante il tema, evita la volgarità (anche nei dialoghi) in cui cadono spesso quelli che affrontano il tema di un
uomo nei panni di una donna e viceversa. Forse, quello che ci era riuscito meglio era stato Blake Edwards con “Nei panni di una bionda”, ma come da titolo si trattava di un maschio ritrovatosi nel corpo di una femmina. Non per caso la regista dichiara ama il suo “Hollywood Party” e le commedie dei fratelli Farrelli. Inoltre, l’inimitabile attrice Dana non cade mai nella macchietta né nelle volgarità del caso, come
purtroppo accade anche da noi, e non c’è bisogno di ricordare quale film. La sua Jeanne – sempre nel suo corpo ma ritrovatasi quasi per incanto con un membro maschile – è piuttosto sconvolta, sorpresa, e dopo i primi momenti di panico e ‘terrore’, capisce che è la nostra società ad essere divisa tra pregiudizio e ipocrisia, e pretende una netta divisione fra generi.
Da poco divorziata, lontana dai suoi due figli una settimana su due, Jeanne non vuole più sapere degli uomini. Ma un bel mattino, la sua vita prende una svolta totalmente inaspettata: a prima vista non sembra essere cambiata per niente… tranne un piccolo dettaglio: si ritrova con gli attributi di un uomo. Questo ‘particolare’ ingombrante, ovviamente, scatena una serie di equivoci e delle situazioni a dir poco buffe ed
equivoci. La donna si ritrova da una parte a ridere con la sua migliore amica Marcelle (la bravissima Alice Belaidi), dall’altra a discutere in preda al panico col suo stupefatto ginecologo, il dottor Pace (il grande caratterista Christian Clavier, già “Asterix”, accanto a Depardieu, e poi padre in “Non sposate le mie figlie” e “Tutti pazzi in casa mia”). Tentando con ogni mezzo di superare questa situazione a dir poco singolare, Jeanne instaura – quasi sena volerlo – un rapporto con il collega Merlin (Eric Elmosnino) ma… “Come tante altre donne – dichiara l’autrice -, mi sono spesso chiesta come sarebbe immedesimarsi in un
uomo. Ritengo che tutti abbiamo dentro di noi una parte dell’altro ‘sesso’, e che molti dei comportamenti sessuali siano tipici dell’uno o dell’altro genere, ma non lo trovo giusto. Quale modo migliore per abbattere questi comportamenti se non quello di unire nella stessa persona il genere maschile e quello femminile? Ci sono alcuni uomini che sono più femminili di me, e delle donne che sono più virili di tanti uomini. E in tutta onestà, a volte ho l’impressione di essere un uomo che vive il suo sogno più folle: quello di essere una donna!”
E stavolta Audrey Dana, ha fatto centro con questa sua nuova e scatenata commedia, proprio dopo la delusione di “11 donne a Parigi”, dove – tra tante colleghe famose e non - il suo personaggio era davvero il più riuscito. Qui invece, non solo è assecondata dagli attori giusti, ma con le colleghe sceneggiatrici Ameline e Magellan ha fatto dei dialoghi azzeccati e verosimili, ricchi di battute e di gag. Completano il cast Antoine Gouy (Anton), Joséphine Drai (Joe), Victoire Brunelle-Rémy (Lou) ed Eric Da Costa. Le musiche sono di Emmanuel D’Orlando e Thibaut Barbillon. José de Arcangelo (3 ½ stelle) Nelle sale italiane dall’11 maggio distribuito da Adler Entertainment

Un viaggio spaziale tra filosofia e spettacolo, thriller e horror in "Alien: Covenant", firmato dal suo 'creatore' Ridley Scott, per Fassbender

L’attesissimo prequel-sequel firmato dal suo ‘creatore’ Ridley Scott, “Alien: Covenant”, presentato in anteprima a Londra e, in chiusura, al Future Film Festival di Bologna, è – sempre tra fantascienza e horror – il ponte ideale tra il primo, sconvolgente, “Alien” (1979) e l’ultimo “Prometheus” (riproposto giorni fa
da Raidue), già prequel, di cui riprende il personaggio dell’androide interpretato da un raddoppiato Michael Fassbender, nei ruoli di David/Walter. Un’opera – esce in Europa prima che in America - che può deludere i fan della saga (riproposta nell’ultimo mese da Rai4) perché retta da una riflessione filosofico-esistenziale fra creazione e distruzione, potere e contaminazione, e i suoi riferimenti e citazioni vanno dal capolavoro di Stanley Kubrick “2001: Odissea nello spazio” (l’inizio ma soprattutto in Hal 9000, l’invisibile cervello elettronico che controlla
l’astronave, non solo) e persino allo stesso “Blade Runner” (in arrivo il sequel firmato Denis Villeneuve, ambientato 30 anni dopo l’originale), da “A.I. Intelligenza artificiale” persino a “Solaris”. Non a caso già nel prologo viene fuori l’eterno quesito che riguarda tutti noi: “chi siamo, da dove veniamo e dove andiamo”. Infatti l’androide domanda al suo creatore: “tu mi hai creato, allora sei tu Dio?”. E, forse, anche Alien ha un suo creatore (folle), o sono solo le nostre ambizioni e paure a generare i mostri? Così come chi si sente Dio sulla Terra.
Comunque il film, che sembra sigillare la serie – ma è previsto un terzo prequel-sequel – offre quel che promette e coinvolge, nonostante il susseguirsi di situazioni prevedibili per chi non solo conosce e l’ha seguita attraverso i sequel, diretti da registi diversi (da James Cameron a David Fincher e Jean-Pierre Jeunet). E se l’alieno è sempre lo stesso e ‘ricicla’ la sua nascita, incubandosi nei corpi umani, l’androide ha suo gemello, e secondo lo stereotipo umano, uno buono l’altro cattivo.
Dieci anni dopo la precedente puntata, l’astronave Covenant trasporta migliaia di coloni e di embrioni verso un pianeta dalle caratteristiche simili al nostro. Ma l’equipaggio dormiente, sotto la veglia del fedele androide Walter (Fassbender), viene risvegliato dall’esplosione di una stella che provoca danni alla nave ma anche decine di morti tra i ‘migranti’. Però durante la lunga traversata nello spazio s’imbatte in un altro pianeta che sembra avere le stesse caratteristiche e che è ‘otto anni’ più vicino dalla destinazione finale. Decidono di fermarsi lì ma, ovviamente troveranno, anziché un paradiso l’inferno… extraterrestre.
Sceneggiato da Michael Green, Jack Paglen e John Logan, “Alien: Covenant” non presenta grandi sorprese, si avvicina sempre di più alle misteriose origini dell’alieno madre, e riserva qualche attimo di suspense e brivido e si avvale di un Fassbender doppio, anche se lo spettatore riesce a prevedere in ‘lui’ dei particolari che l’equipaggio sembra non notare. Ma Scott recupera il suo tocco elegante e al tempo stesso ‘orrorifico’ del primo film, offrendo un’ottima resa ‘visiva’. Del resto la corretta Katherine Waterston (Daniels) ha il fisico (e il duro allenamento) ma non la grinta di Sigourney Weaver, affiancata da James Franco (Branson), Billy Crudup (Oram), Carmen Ejogo (Karine), Danny McBride (Tennessee), Demian Bichir(Lope), Jussie Smollett (Ricks),
Callie Hernandez (Upworth) e Guy Pearce (Peter Weyland) nell’accattivante prologo. La protagonista femminile l’abbiamo vista in “Animali fantastici e dove trovarli”. Le riprese sono durate 74 giorni tra lo studio Fox in Australia e in esterni a Milford Sound, in Nuova Zelanda (e si riconosce dai paesaggi che ricordano “Il Signore degli Anelli”) . E, come “Alien” (1979) è vietato ai minori di 14 anni, come lo stesso autore voleva. José de Arcangelo
(3 ½ stelle su 5) Nelle sale italiane dall’11 maggio distribuito da 20th Century Fox Italia

mercoledì 10 maggio 2017

"Tutto quello che vuoi" di Francesco Bruni racconta con delicatezza il rapporto tra un anziano poeta (Giuliano Montaldo) e un giovane d'oggi, tra ritorno al passato e malattia

La nuova commedia - alla sua terza regia - dello sceneggiatore Francesco Bruni “Tutto quello che vuoi”, affronta temi seri e dolorosi, ma lo fa in raro equilibrio fra ironia e delicatezza, sorrisi ed emozioni. Tutto anche grazie al grande e infaticabile Giuliano Montaldo che torna a recitare e da protagonista, dopo una lunga e gloriosa carriera di regista, anzi di un autore che da oltre cinquant’anni ci regala - tra cinema e tivù - anche dei capolavori.
Il ventiduenne Alessandro (Andrea Carpenzano), trasteverino ignorante e turbolento, è costretto controvoglia a fare l’accompagnatore pomeridiano di un ottantacinquenne poeta dimenticato, Giorgio (grande Montaldo). E, col passare dei giorni, dalla mente un po’ smarrita dell’anziano ed elegante poeta (colpito dal morbo di Alzheimer) e dai suoi versi (ne scrive di enigmatici anche sui muri di casa) affiora progressivamente un ricordo del suo passato remoto: indizi di una vera e propria caccia al tesoro.
Ma contemporaneamente si instaura tra giovane e anziano una sorta di rapporto nonno-nipote e/o saggio-allievo, e insieme si avventurano in un viaggio – a cui si aggiungono gli amici del ragazzo -alla scoperta di quella ricchezza nascosta e di quella celata nei loro cuori. Tra passato e presente, sogno (ad occhi aperti) e (dura) realtà, fumate e partite di calcio (finte), passeggiate e viaggio, Alessandro scoprirà che il vero tesoro sono i sentimenti, i rapporti e l’affetto che, oggi, non si trovano sicuramente sulla rete.
Una storia in parte autobiografica (il padre dell’autore è stato colpito dalla stessa malattia) e liberamente ispirata al romanzo “Poco più di niente” di Cosimo Calamini, che non tutti accettano venga affrontata con ‘leggerezza’ ma che - secondo noi - può servire a superare solo in parte il dolore o ad elaborare il lutto, come crediamo sia servito allo sceneggiatore-regista che ha messo in risalto i momenti meno dolorosi che, del resto, tutti conosciamo.
“Ma l’aspetto più interessante – ricorda Bruni – era la progressiva regressione verso il passato: nella sua mente prendevano corpo persone e vicende dimenticate, la cui ‘presenza’ dava luogo a rivelazioni impreviste ed anche sconcertanti. L’episodio centrale di questo film – quello relativo alla fuga al seguito dei militari americani, ed al ‘regalo’ da loro ricevuto – è per l’appunto uno di questi, a cui mio padre aveva accennato in passato, ma che non aveva mai raccontato con la dovizia di particolari concessigli dalla malattia”.
Nel cast anche Arturo Bruni (Riccardo), figlio dell’autore; Emanuele Propizio (Tommi), Donatella Finocchiaro (Claudia, madre di Riccardo), Antonio Gerardi (Stefano), Raffaella Lebboroni (signora Laura), moglie del regista; Andrea Lehotska (Regina), Riccardo Vitiello (Leo) e Carolina Pavone (Zoe). “Tutto quello che vuoi” – presentato in anteprima al BIF&St – Bari International Film Festival – vanta la fotografia di Arnaldo Catinari, il montaggio di Cecilia Zanuso e le musiche di Carlo Virzì. José de Arcangelo
(3 stelle su 5) Nelle sale italiane dall’11 maggio presentato da O1 Distribution in 200 copie

giovedì 4 maggio 2017

"The Space Between", opera prima dell'italo-australiana Ruth Borgobello, con Flavio Parenti, un viaggio alla riscoperta delle proprie radici e alla riconquista dei sogni perduti

Arriva nelle sale italiane “The Space Between”, opera prima - girata interamente in Italia - dell’italo-australiana Ruth Borgobello che ha voluta ambientarla proprio in Friuli, a Udine e dintorni, terra dei suoi avi. Un suggestivo film tra dramma e commedia, nostalgia e scoperta. Il primo realizzato da noi da una regista australiana e la prima coproduzione fra Italia e Australia. Infatti, per la Borgobello si tratta di un’opera molto personale perché ispirata al suo viaggio alla
scoperta delle proprie radici e alla ricerca del coraggio per inseguire i suoi sogni nascosti e/o dimenticati e, al tempo stesso, un viaggio alla scoperta della sua anima gemella italiana. Prendendo spunto da una citazione delle Elegie Duinesi (I) di Rainer Maria Rilke: “Strano non continuare a desiderare i propri desideri. Non vedere ciò che un tempo era al proprio posto, galleggiare vaghi nello spazio”, “The Space Between” racconta l’incontro tra Marco (Flavio Parenti), ex chef dotato di vero talento che, per ragioni familiari, ha dovuto rinunciare alle proprie ambizioni; e Olivia (Maeve Dermody), una
giovane australiana piena di vita, alla ricerca delle proprie radici che anche lei ha buttato alle spalle i propri sogni per far carriera in banca. E, se Marco - dopo la tragica e improvvisa morte del suo migliore amico Claudio (Lino Guanciale) - è indeciso tra lasciare il lavoro (precario) in fabbrica e l’anziano padre, e la proposta di fare il vice chef nel più prestigioso ristorante italiano (Donati) di Melbourne; Olivia ripercorre i posti dove hanno vissuto i suoi nonni ed è anche lei indecisa sul fare o meno un colloquio per uno stage in un’azienda di design.
Tra campagna e vigneti, suggestivi paesaggi di montagna e il blu elettrico dell’Adriatico, i due giovani così diversi si ritrovano e pian piano scoprono di amarsi, proprio nel momento in cui le rispettive vite stanno per cambiare. Borgobello ci invita a riscoprire, con uno sguardo inedito, se si vuole tanto ingenuo quanto delicato, una parte del nostro Paese, diviso tra bellezza e disagio, attraverso una generazione dai sogni infranti e dalle passioni soffocate, tra crisi economica e delusione (Marco), anzi, dove i sogni hanno perso forza e libertà,
per farci (ri)scoprire sentimenti e passioni dimenticati (Olivia) ma che fanno parte dell’arte, dell’umanità e dell’anima del nostro Paese. Sceneggiato dalla regista con Mario Mucciarelli, la pellicola è accuratissimo nella forma, sostenuto da dialoghi giusti e credibili e da una buona direzione degli attori ed offre – com’era logico – una visione ‘dall’esterno’ della società italiana, non da ‘turista’ ma di chi scopre per la prima volta le sue origini: e il suo sguardo non può che essere affettuoso, dove prevalgono i lati positivi e lo sguardo ottimista, che
rievoca involontariamente le atmosfere anni Settanta. Magari, Borgobello non ha ancora la grinta giusta però possiede la stoffa della regista, tanto che il suo film indipendente (low budget) si rivela – nella confezione – come un film di serie A. “Per me – afferma l’autrice -, uno dei momenti più rivelatori nella vita è lo strano intreccio tra amore e perdita. La nascita di una nuova relazione che spesso segue la fine di una storia precedente. Il peggior momento della vita che si scontra con quello migliore, cambiandoci in modo definitivo”.
“Il mio film – prosegue – è il ritratto cinematografico di uno di questi momenti. Un momento che in Italia non riguarda solo il livello della vita intima e privata, ma che può essere considerato anche su più larga scala – se si pensa al tentativo di riconciliare i sogni del passato con la crisi del presente. Un momento in cui, come capita a Marco, molti italiani, pur circondati da bellezze storiche e naturali da togliere il fiato, sembrano essere incapaci di riconoscere e di sfruttare il potenziale di quanto hanno attorno”. Ed è questo il cuore della sua opera, alla quale contribuiscono la bella fotografia di Katie Milwright
(“Looking for Grace”), il preciso montaggio di Paul Maxwell e le funzionali musiche dell’udinese Teho Teardo. Accanto a Parenti (da “Io sono l’amore” a “To Rome with Love”) e Dermody (“Beautiful Kate”), recitano Fulvio Falzarano (padre di Marco), Marco Leonardi (Di Stasio), Giancarlo Previati (padre di Claudio), Ariella Reggio (zia). José de Arcangelo
(3 stelle su 5) Nelle sale italiane dal 4 maggio distribuito da Istituto Luce - Cinecittà

Un grande ritorno per Shirley MacLaine, affiancata da Amanda Seyfried, in "Adorabile Nemica" di Mark Pellington

Ritorno in grande forma e da protagonista per l’inimitabile Shirley MacLaine (classe 1934) affiancata dalla giovane Amanda Seyfried – entrambe produttrici esecutive – guidate da Mark Pellington, con alle spalle tanta
gavetta sul piccolo schermo. Una sorta di monumentale omaggio per l’inimitabile interprete di film di Hitchcock (al debutto in “La congiura degli innocenti”) e Wilder (“L’appartamento” e “Irma la dolce”), Ashby (“Oltre il giardino”) e De Sica (“7 volte donna”), Siegel (“Gli avvoltoi hanno fame” con Clint Eastwood), Nichols (“Cartoline dall’inferno”) e Schlesinger (“Madame Sousatzka”) e ormai lontana dallo schermo da oltre vent’anni, perché attiva soprattutto in ruoli minori, fra grande e piccolo schermo. Una commedia a tratti malinconica a tratti esilarante e ironica, in cui Shirley offre un’interpretazione ancora da Oscar.
L’anziana Harriet Lauler (MacLaine) è una milionaria dispotica e irresistibile, abituata ad avere sempre il controllo di tutto e tutti. Un giorno Harriet decide di voler controllare anche quello che si dirà di lei dopo la sua morte, perché persino il suo necrologio deve essere di suo gradimento. Allora, incarica Anne (Seyfried), giovane giornalista ‘specializzata’, con ambizioni letterarie – lavora nel quotidiano locale che
lei ha sostenuto per lungo tempo -, di scrivere la sua storia, provocando una serie di situazioni esilaranti e imprevedibili. Non a caso, all’inizio la giovane non troverà nemmeno una persona – inclusa la sua famiglia - che sprechi una parola di elogio per lei. Ma tra le due donne nascerà un’amicizia sincera, bizzarra e conflittuale, che le cambierà entrambe, anzi le aiuterà a scoprire se stesse. Sceneggiato dall’esordiente Stuart Ross Fink, il film è su misura dell’immensa attrice ottantenne (Oscar,
arrivato sempre in ritardo, per “Voglia di tenerezza”) e parte da uno spunto originale – il necrologio di una persona vivente – per poi passare al tradizionale confronto generazionale, non privo di stereotipi e situazioni convenzionali, ma da cui scaturiscono temi come solitudine e coraggio, volontà e maternità, passioni e amicizia, forse, non approfonditi a dovere. E, come il vecchio proverbio insegna, “sbagliando s’impara”, infatti, l’anziana Harriet dice alla giovane amica che “dai rischi e dagli errori s’impara a vivere perché si diventa furbi”.
Comunque, le sole scene iniziali – in cui l’anziana protagonista si ritrova sola e senza affetti nella grande villa, tanto da fingere un incidente da suicidio – valgono l’intero film perché la MacLaine senza bisogno delle parole esprime tutta una vita e il suo quotidiano disagio attraverso i suoi sguardi e i gesti della sua faccia. Un’intera esistenza a farsi detestare per poter imporsi in una società in cui voler far carriera (fondatrice e capo di un’agenzia pubblicitaria) per una donna significava allora restare sola per
sempre, o quasi. La grande attrice la rivedremo presto in “Men of Granite” e “La sirenetta”, versione con attori in carne e ossa. Nel cast la piccola Anne-Jewell Lee Dixon (Brenda), Anne Heche (Elizabeth, la figlia), Thomas Sadoski (Robin Sands), di “John Wick” 1 e 2; Joel Murray (Joe Mueller), Tom Everett Scott (Ronald Odom), Steven Culp (Sam Serman, padre di Anne) e Philip Baker Hall (Edward, l’ex marito). José de Arcangelo
(2 ½ stelle su 5) Nelle sale italiane dal 4 giugno distribuito da Teodora Film