giovedì 23 marzo 2017

Il vero "sogno italiano" di un ragazzo sardo che vuole diventare stilista in "Moda Mia" di Marco Pollini, un film in bilico tra realtà e favola

Conquistato dalla Sardegna durante una vacanza, il regista veronese Marco Pollini ha anche scoperto il “sogno italiano” di un’adolescente e ne è rimasto conquistato tanto da ispirarsi a lui per il suo secondo lungometraggio, dopo l’opera prima “Le badanti”. “Moda mia” racconta la storia romanzata del sedicenne Giovannino (la vera rivelazione del film, Francesco
Desogus), rimasto con una sorellina da proteggere dal padre padrone, Antonio (Pino Ammendola più adatto a fare il nonno), dopo la fuga della madre, stanca dei continui tradimenti e umiliazioni del marito. Però il ragazzo frequenta un istituto tecnico artistico – probabilmente all’insaputa del genitore – e coltiva il sogno di diventare stilista e lavorare nel mondo della moda.
E’ quasi estate, la scuola sta finendo, Giovannino taglia e cuce di nascosto, spesso di notte, perché deve occuparsi della casa, della sorellina di otto anni Stella (Mariandrea Cesari), quando non è costretto a badare alle terre e alle pecore, vessato continuamente dal padre che lo tratta con disprezzo, soprattutto quando scopre il suo desiderio di fare “un mestiere da froci”. Però Giovannino, durante la sfilata annuale di fine corso, vince il premio con gli abiti realizzati con materiale di scarto e, grazie all’insegnante, capisce che possiede l’abilità e il talento perché il suo
sogno si avveri. Tenterà l’impossibile per lasciare il padre, portando via la sorellina ed aiutare la madre, e così raggiungere Milano e perfezionare il suo ‘mestiere’. In bilico fra realtà (il ragazzo sardo lavora veramente con materiale riciclato ed è riuscito a frequentare l’accademia milanese) e favola (Giovannino ha una sorta di angelo custode adolescente gay che lo spinge ad andare avanti), “Moda mia” conquista soprattutto per lo splendido paesaggio sardo, tra bellezza e asprezza, e per l’esordiente protagonista. Convince un po’ meno l’esile sceneggiatura, condita da ingenuità e
particolari non sempre azzeccati e/o verosimili. Inoltre, un finale quasi miracoloso, toglie credibilità al sogno che il vero ragazzo – Federico Careddu, a cui è ispirata la storia e autore degli abiti del film - ha realizzato senza aiuti della provvidenza. Un’opera che conquista soprattutto perché, se non tutto funziona, dimostra che il regista ha un buon mestiere, ma dovrebbe lavorare di più sulla scrittura, e – come accennavamo più su – per i contrasti che offre lo scenario naturale dell’Isola, ottimamente fotografata da Alessandro Zonin.
“Un progetto ambizioso forse – dice Pollini -, ma perseguito con tenacia e passione, lavoro e dedizione supportato da una troupe entusiasta in ogni momento e… tutta sarda. Sono grato anche alla popolare showgirl Melissa Satta, autoctona doc, così innamorata della propria terra da voler legare il suo nome ad un progetto che non ne esalta solo la bellezza dei luoghi ma la determinazione e il coraggio delle persone”. “Le persone che fanno la differenza – conclude – e che con l’entusiasmo possono dare contorno ai sogni. Una storia ricca di contrasti, contraddizioni, una storia di bellezza e crudeltà, una storia vera, un personale omaggio e ricordo a quella splendida estate in Sardegna”.
Nel cast: Valentina Sulas (Anna, l’insegnante), Davide Garau (Domenico), Giampaolo Loddo (pastore), Margherita Margarita (Alice, la madre), Maria Cara Speranza (assistente sociale), Marco Poli (Marco, ‘il Milanese’), Cesare Corda (Filippo ‘Phil Rizzi’, preside scuola) e con la partecipazione di Melissa Satta nel ruolo cameo della top model nel sogno/incubo. Le musiche originali sono di Kristian Sensini, Emanuele Chiesa. Il film è stato prodotto da Ahora! Film e realizzato con il sostegno della fondazione Sardegna Film Commission. Le riprese si sono svolte nel nord-est dell’Isola tra Palau e Arzachena (Sassari). José de Arcangelo
(2 stelle su 5) Nelle sale italiane dal 23 marzo distribuito da Ahora! Film - Uci Cinemas

lunedì 20 marzo 2017

Dalla polvere degli archivi riaffiora una vergognosa storia di ingiustizia e razzismo ne "Il pugile del Duce" di Tony Saccucci, il primo italiano nero campione d'Europa dei pesi medi

Nella Giornata Mondiale contro il Razzismo arriva sul grande schermo una storia vergognosa e dimenticata, anzi cancellata. Un’incredibile storia mai raccontata nel documentario “Il pugile del Duce”, scritto e diretto dall’esordiente Tony Saccucci – scrittore e insegnante di Storia e Filosofia -, liberamente tratto dal libro di Mauro Valeri “Nero di Roma” (Palombi editore). Una storia, sepolta e riscoperta sotto la polvere degli archivi, quella di Leone Jacovacci: un pugile tecnicamente perfetto e agile, intelligente e potente. Un uomo che parlava correttamente quattro lingue, anzi cinque col romanesco. Era italiano e probabilmente anche fascista, sicuramente non antifascista. La
sera del 24 giugno 1928, allo Stadio Nazionale di Roma, davanti a 40mila persone e in collegamento radio con tutta l’Italia, Jacovacci diventava campione europeo dei pesi medi, sconfiggendo un altro italiano, bianco, Mario Bosisio. Ma, allora nemmeno i giornali ne parlarono, anzi, l’elegante e pericolosa penna di Adolfo Cotronei così scriveva in prima pagina sulla Gazzetta dello Sport, il 26 giugno: “non può essere un nero a rappresentare l’Italia all’estero”. “Quello che ci è capitato con la vicenda di Jacovacci – dichiara il regista – è paradigmatico: il filmato di un incontro di pugilato (un avvenimento storico, il primo evento di radiocronaca diretta della storia
italiana, decine di migliaia di spettatori, due italiani per un titolo europeo, treni speciali da tutta Italia per raggiungere lo Stadio di Roma, D’Annunzio che annuncia la sua partecipazione, Balbo e Bottai in prima fila, ripresi per bene dalla camera) che riaffiora dall’archivio dell’Istituto Luce con una qualità dell’immagine impressionante, a un secondo e attento sguardo, risulta manomesso, tagliato e incollato. Fu montato ad arte per dimostrare il contrario di quello che accadde. E la storia lo ha tramandato così: un falso che diventa verità. Jacovacci è stato cancellato con una violenza pari a quella della natura matrigna.
La storia è la scienza degli uomini del tempo. Riguarda tutti: quelli che la vivono e quelli che la scrivono. La storia è scienza politica”. Amato dal pubblico internazionale, in tempi in cui la boxe era lo sport più popolare, aveva un solo problema: era un italiano nero. Infatti, di padre italiano e madre congolese, ha impiegato ben quattro lunghi anni per poter accedere al titolo di ‘italiano’ (in un difficile match tra giornali e uffici, politica e burocrazia). Però, conseguito il titolo europeo, il Duce lo fece cancellare dalla storia d’Italia
(il filmato originale del Luce - riproposto nel documentario -, si interrompe prima del trionfo perché manomesso) e ‘inventò il bianco’ Carnera. Oggi, a quasi novant’anni da quell’incontro, finalmente arriva la vittoria di Jacovacci grazie al suo biografo Mauro Valeri, appunto, uno dei massimi esperti di razzismo in Italia, che in questo caso si è trovato a indossare i propri panni privati, quello di un padre bianco che ha sconfitto l’oblio della censura fascista per amore del proprio figlio meticcio, ancora oggi vittima di pregiudizi razzisti.
“Il sociologo Mauro Valeri ha lavorato sei anni per scrivere le 480 pagine del suo libro – spiega il regista - e sono rimasto folgorato dalla storia, ma ho pensato di farne un documentario più fruibile dal pubblico. E, con la spinta emotiva del suo episodio personale, ho deciso di non fargli fare lo sceneggiatore, ma proprio il biografo, la parte nascosta del padre. Una spinta veramente forte”. “Lavorando su internet ho scoperto che viene spesso definito afroamericano – dice Valeri -, dato che l’Italia non ha lavorato sulla storia degli italiani neri. In un paesino di trecento abitanti, vicino a
Verbania, ho rintracciato la figlia di Jacovacci che aveva in garage uno scatolone con le cose di suo padre e l’ho aiutata a rintracciare la sua tomba al Verano. Ora, finalmente, lei conserva la memoria del padre. E’ un fenomeno molto sottovalutato dalla storiografia. Nel 1928 c’erano altri italiani neri, non solo Jacovacci, esistono e vanno tutelati. Durante la Grande guerra c’erano quattro ufficiali neri, il primo pilota nero era italiano. Come mai nel 1928, se il problema non era legato all’Impero, si affermava “è bene che i neri non facciano carriera” nemmeno il colonnello né il campione?”
Attraverso la vicenda appassionante e rocambolesca di Leone, dal Congo a Roma, dalle navi al ring, tra lavori, identità e paesi diversi, e i suoi incontri, a bordo e sulle strade, dai locali ai ring ufficiali, e la sua mite impossibilità a non essere riconosciuto come il più forte del suo tempo (all’inizio si fingeva afroamericano), il documentario, infatti, intreccia due vicende lontane nel tempo, ma legate da un filo resistente. Un filo che conduce a una lunga, faticosa, dura vittoria. La vittoria contro il razzismo. “La storia è sola storia contemporanea – dice l’autore -, perché i fatti riemergono in base alle esigenze del presente. E poiché non esistono fatti ma solo interpretazioni di essi, i fatti storico presentano una
doppia verità: vivono solo se li riscopriamo ma nel riscoprirli sono già interpretazioni del presente che li ha prodotti”. Una storia che va conosciuta, anche perché accaduta molto prima delle ‘leggi razziali’ (leggi razziste), quando Jacovacci – italiano a tutti gli effetti, ma nero – era amato da tutti gli italiani, e in special modo dai romani, anzi era il loro idolo. Questo ha spaventato Mussolini, che anche in seguito avrà a lamentarsi di non essere mai riuscito a ‘fascistizzare’ fino in fondo la Capitale.
Un documentario di un’ora abbondante – ottimamente montato da Chiara Ronchini - che ci fa riflettere anche sul pregiudizio e su fatti che accadono ancora oggi, perché il razzismo è duro a morire in ogni paese e in ogni epoca. E questa storia - come quelle dei recenti film americani “Il diritto di contare” e “Loving” - ci illumina su un fatto storico di razzismo che riguarda anche noi. Ed è per Jacovacci “una rivincita postuma contro l’ingiustizia” e la discriminazione, quella di un uomo forte come il suo nome che morì solo, dopo sette infarti, a 81 anni, nel 1983.
Oltre alla partecipazione dello stesso Valeri, partecipano al documentario Nicole Jacovacci, la figlia; e Patrizio Sumbu Kalambya, campione mondiale dei pesi medi. Efficaci le musiche originali (dieci pezzi) di Alessandro Gwis e Riccardo Manzi. “Leone primo grande campione/afroitaliano seconda generazione/spauracchio della nazione” recitano i versi del rap finale di Diamante e Sandal. José de Arcangelo
(3 stelle su 5) Nelle sale italiane dal 21 marzo distribuito da Luce - Cinecittà

A due anni dalla scomparsa, nei cinema "Pino Daniele Il Tempo Resterà" di Giorgio Verdelli, un emozionante ritratto in musica del grande artista napoletano e internazionale

Per soli tre giorni – il 20, 21 e 22 marzo – approda nei cinema “Pino Daniele Il tempo resterà” di Giorgio Verdelli, ma se la domanda è maggiore, ovviamente, la programmazione riprenderà. Un documentario che non è un biopic ma un ritratto del musicista e poeta, cantante e autore napoletano che ha rivoluzionato la musica napoletana (non solo) trasformandola in un sound mediterraneo che ha conquistato il mondo.
E anche il film coinvolge e commuove perché attraverso i suoi concerti dal vivo, con la sua illustre band e dalla sua voce, tratta da interviste edite ed inedite (tra il 1978 e il 2014), così come dai filmati e le testimonianze di familiari, colleghi ed amici, ne viene fuori tutta la sua anima di uomo e di artista. “Il Tempo resterà’ non è la biografia di Pino Daniele – dice il regista, che aveva già firmato “Unici” (una serie di ritratti di grandi personaggi della musica e dello spettacolo, da Mina a Massimo Troisi, per Raidue) -, ma per certi versi gli assomiglia molto. Mi sono fatto guidare dalle canzoni e dalle frasi di Pino che sono diventate il filo conduttore di questo film documentario”.
A due anni di distanza dalla scomparsa del musicista, il film ci porta in un viaggio attraverso la musica, i concerti e la vita del grande artista partenopeo per seguire il percorso artistico dagli anni ’70 agli ultimi concerti live. “Non volevo percorrere strade troppo battute – riprende Verdelli -, il concerto dell’80 a Pescara, oltre ad un pezzo quasi inedito (“Maggio se ne va”), aveva un’ottima resa sonora, tutti i pezzi nella tonalità giusta. E, soprattutto, abbiamo voluto fare un percorso emozionale e siamo letteralmente saliti su un autobus (ribattezzato Vaimò, come il tour del 1981 ) che ci ha riportato nei luoghi della Napoli di Pino
Daniele, per raccontare la sua idea di musica in movimento perenne, come la società di quegli anni che lui ha interpretato con una cifra innovativa e inimitabile. Grazie a Francesco, Sofia, Sara, Alessandro, Cristina Daniele e Fabiola Sciabbarrasi (l’ex moglie e i figli ndr.) per aver condiviso questo progetto”. I componenti della mitica band - James Senese, Tullio De Piscopo, Joe Amoruso, Tony Esposito, Rino Zurzolo - oltre a ‘viaggiare’ sul bus (guidato dall’attore Enzo De Caro) erano presenti alla conferenza stampa e hanno offerto ancora la loro testimonianza raccontando l’amico e il collega, episodi e aneddoti. E tra i filmati
inediti presenti nel documentario, quello in casa di Troisi per le prove della colonna sonora di “Vorrei che fosse amore invece era un calesse” e soprattutto della canzone che diventerà “Quando”. “Mi hanno spinto l’amore per la musica che hanno inventato loro – aggiunge il regista a proposito del film -, il linguaggio di Pino con le sue contaminazioni jazz, e anche perché ci hanno fatto vivere una stagione straordinaria, nei concerti i brani musicali duravano addirittura 12’. Si sapeva quando cominciavano ma non quando finivano”.
“Era un fatto naturale – dichiara Senese –, la forza di Pino e il suo amore per il sound mediterraneo era così forte che ai primi concerti i ragazzi piangevano. Con lui, attraverso il suo linguaggio e il nostro, abbiamo trovato la nostra anima, un sentimento nascosto di noi napoletani. Il vero suono di Napoli”. “La forza del gruppo – dice De Piscopo – erano la musica e l’anima di Pino”. “Poi ha suonato con tanti musicisti internazionali – afferma Esposito -, ma quando ci siamo uniti nell’80, noi venivamo da esperienze più conclamate, eravamo ‘affermati’, mentre lui era il grande genio esordiente.
Pino era molto timido, non aveva assaporato il successo, questi concerti gli hanno dato la spinta a trasgredire le regole, perché stava nascendo una certa omologazione nel mercato. Infatti, esigevano pezzi di massimo 4/5’ e una composizione sintetica, e Pino trasgredì le regole: la musica finisce quando deve finire. E’ importante vedere la ripresa trent’anni dopo perché quello era il fulcro di un movimento”. La voce narrante è di Claudio Amendola: “Quando Verdelli mi ha chiesto di partecipare ho cominciato a tremare di felicità, sono uno dei suoi fan più accaniti, ai suoi concerti facevamo il tifo come per la
squadra di calcio in campagna acquisti. Eravamo fan di tutti loro come fossero i Pink Floyd o i Led Zeppelin. Pino e loro hanno creato un ponte per i non napoletani, per amare quel popolo e quella città”. Ma sono tante anche le partecipazioni, dal ‘vivo’ o nei filmati di repertorio: da Renzo Arbore a Jovanotti, da Giorgia a Clementino, da Peppe Lanzetta (autore del testo “Hey Pino” recitato da lui e Amendola) a Lina Sastri, da Peppe Servillo ad Alessandro Siani, e tanti altri. José de Arcangelo
(3 ½ stelle su 5) Nelle sale italiane il 20 – 21 – 22 marzo distribuito da Nexo Digital in 270 copie

venerdì 17 marzo 2017

Dany Boon è "Un tirchio quasi perfetto" secondo il regista Fred Cavayé, e diventa di nuovo campione d'incassi, fra ossessione e sofferenza

E’ stato Molière a rappresentare il primo personaggio ‘avaro’ nella storia del teatro, ma il cinema francese non l’ha spesso rivisitato, solo nell’80 – non a caso – il mitico Louis De Funès l’aveva portato sullo
schermo con la complicità del regista Jean Girault, e nel ’90 da noi niente meno che da Alberto Sordi, diretto da Tonino Cervi. Ora Fred Cavayé – noto per i suoi ‘polar’ - lo ripresenta in chiave contemporanea, adattando una sceneggiatura di Laurent Turner e Nicolàs Cuche che alla prima lettura non convinceva del tutto Dany Boon, l’attore diventato famoso con “Giù al Nord” - a sua volta riadattato in Italia in “Benvenuti al Sud” -, passando alla commedia con “Un tirchio quasi perfetto” (Radin!).
Una piacevole commedia su misura per l’attore che offre al regista di cimentarsi nel genere mettendo a nudo un personaggio che abbiamo tutti, prima o poi, incontrato nella vita ma che stentiamo a credere faccia sul serio, tanto che nel film combina una serie di equivoci a catena, in cui finirà lui stesso imbrigliato. Perché spesso, questi incredibili personaggi, sono quelli che magari hanno meno bisogno di farlo e così facendo rinunciano ai piaceri della vita e soprattutto ai sentimenti e ai rapporti con gli altri, finendo per morire da soli in un mare di soldi.
Opposto allo spendaccione, il violinista François Gautier (un Dany Boon tanto misurato quanto efficace) è veramente un tirchio. Risparmiare oltremisura gli dà gioia, la prospettiva di dover pagare lo fa tremare. La sua esistenza è scandita in funzione di un unico obiettivo: non mettere mai mano al portafoglio (al supermercato fa storie per centesimi, non accende le luci sfruttando quella dei lampioni). Nonostante ciò, la sua vita viene letteralmente stravolta nel giro di un giorno: si innamora di Valérie (Laurence Arné), una
nuova collega dell’orchestra, e scopre di avere una figlia, Laura (Noémie Schmidt) di cui ignorava l’esistenza. Costretto a mentire (ma l’ha fatto anche la sua ex fidanzata alla figlia) per riuscire ad occultare il suo terribile difetto, per François cominciano i guai. Poiché a volte mentire può ‘costare caro, molto caro’… Se c’era il rischio di cadere nella farsa o nella macchietta, autore e protagonista lo evitano intelligentemente presentandoci un personaggio estremo ma, comunque, credibile perché la sua è un’ossessione
che lo porta a inimicarsi tutti – inclusi i vicini -, tranne un generoso impiegato di banca che diventa una sorta di psicologo per aiutarlo a ‘sopravvivere’ alla sua mania. Inoltre, naturalmente, saranno i sentimenti mai provati – sempre per risparmiare – a costringerlo a cambiare, o quanto meno ad assomigliare a quello che la figlia crede di aver ritrovato, un padre normale e generoso. Dice Cavayé: “E’ vero che, sul piano formale, i miei tre primi film (‘Anything for Her’, ‘Point Blank’ e ‘Mea culpa’ ndr.) sono molto diversi rispetto a ‘Un tirchio quasi perfetto’, ma non mi sono mai posto dei
veti nei confronti della commedia. Anzi, è stato persino entusiasmante per me lanciarmi in un genere inedito. Stavo soltanto aspettando un buon soggetto e quando Eric Jehelmann, il mio produttore di ‘Anything for Her’, è venuto a parlarmi di questo progetto, non del tutto convinto che potesse interessarmi, mi sono detto che quella era ‘La’ storia giusta. Per quanto ne so io, è un tema che non era mai stato affrontato fino in fondo nel cinema, ad eccezione probabilmente di ‘L’avare’ de Louis de Funès, tratto da Molière, il che in termini di riferimento non è niente male!”.
Infatti, ne aveva firmato un episodio nella commedia “Gli infedeli”, ma con questo “Radin!” si conferma un regista eclettico che non può essere etichettato in un unico genere, come qualcuno vuole definendolo ‘un regista da thriller’. E Dany Boon è di nuovo campione d’incassi in Francia. Nel cast anche Patrick Ridremont (Cédric), Christophe Canard (Gilles), Christophe Favre (Demeester) e Karina Marimon (Carole). José de Arcangelo
(2 ½ stelle su 5) Nelle sale italiane dal 16 marzo distribuito da Bim Film

giovedì 16 marzo 2017

Ritorna "The Ring", l'horror festeggia quindici anni, con un terzo capitolo incentrato su tecnologia e moralità e diretto da F. J. Gutierrez

Ed ecco l’atteso “The Ring 3” (Rings) arrivato al terzo capitolo americano partendo sempre dallo spunto originale, ovvero dal video maledetto seguito dalla fatidica telefonata che annuncia la morte allo scadere
del settimo giorno. Un horror firmato dallo spagnolo F. Javier Gutierrez (autore del pluripremiato “3 Dias”), sempre ispirato al romanzo omonimo (di Koji Suzuki) e al film (“The Ring/The Spiral” di Takashi Shimizu) giapponesi, che ripropone l’inquietante mistero. Come di solito, cambiano ambiente, personaggi e tempi. Dopo un prologo – in aereo – che ricorda o spiega, a chi non ha mai visto un film della saga, lo spunto originale, si passa al ritrovamento dell’obsoleto
videoregistratore e della cassetta da parte di un professore universitario. A questo punto inizia la vera e propria storia contemporanea dei nuovi protagonisti. Una ragazza, Julia (la milanese Matilda Lutz, da “L’estate addosso” a “L’Universale”), si congeda dal suo ragazzo, Holt (Alex Roe), in partenza per il college. Dopo qualche giorno, quando non riceve più telefonate da lui e diventa irraggiungibile, Julia decide di recarsi direttamente all’università. Scopre così che il suo fidanzato si è
appassionato alla oscura credenza creatasi intorno alla misteriosa videocassetta. Infatti, allievo e professore, Gabriel (Johnny Galecki), stanno facendo un esperimento per capire le origini e disinnescare l’effetto mortale del video. Ma, dato che sono ancora in un vicolo cieco, Julia decide di sacrificarsi per salvare il suo fidanzato. Allora fa una scoperta sconvolgente: c'è un “film nel film”, ovvero una nuova terribile storia, che nessuno ha mai visto prima, e ha delle visioni allucinanti...
Ormai sono passati quindici anni – tutto ebbe inizio nel 2002 - che lo spirito vendicativo di Samara Morgan devasta le anime curiose dei malcapitati che hanno visionato la sua malefica videocassetta, e per questo lo spunto – come anticipavamo – è sempre lo stesso, anche quando non vengano chiaramente spiegati i collegamenti tra le due ‘vicende’ incrociate. Però lo scoprirete e/o lo interpreterete secondo il vostro punto di vista. Anche perché, forse, alla fine i conti non tornano, ma se il cinema è finzione e fantasia, a maggior ragione in un horror, più ‘investigativo’ che splatter, non tutto ha sempre una spiegazione plausibile.
Inoltre, “The Ring 3” – sceneggiato da David Loucka, Jacob Estes e Akiva Goldsman - già nel titolo originale è al plurale, e in quanto a suspense e ritmo funziona ancora perché è sempre inquietante e indaga/riflette sul rapporto tecnologia-psicologia. Gutiérrez, infatti, afferma che il rapporto tra tecnologia e moralità ha giocato un ruolo fondamentale nella sua scelta di portare avanti sullo schermo la storia originale di Samara.
“Cultura vuole – dichiara -, che siamo ossessionati dai video, e l’uscita dei primi capitoli di ‘The Ring’, ha in qualche modo condizionato il nostro approccio nel guardarli. Un tempo si seguiva un certo rituale: si sceglieva un nastro dallo scaffale, a volte lo si doveva riavvolgere o regolare il tracking... era tutta una questione di tempo; mentre oggi, si preme un pulsante dei vari dispositivi, e immediatamente si riproduce un video”.
E poi conclude: “Volevo esplorare il modo in cui la tecnologia ha cambiato radicalmente la diffusione di una maledizione, ed oltre alla semplicità di poter guardare un video, anche la facilità di effettuare delle copie e tramandarla. Bastano solo due click per inviarla ai computer portatili o ai telefoni cellulari di decine di contatti. Oggigiorno, gli schermi sono ovunque, quindi non si è mai veramente al sicuro da Samara”.
Nel cast Aimée Teegarden (Skye), Bonnie Morgan (Samara), Chuck Willis (Blue), Patrick R. Walker (Jamal), Zach Roerig (Carter), Laura Slade Wiggins (Faith) e, soprattutto, il grande Vincent D’Onofrio (Burke), da “Full Metal Jacked” a “I magnifici 7”, passando per i serial “Criminal Intent”, “Daredevil” e il recente “Emerald City”. Jose de Arcangelo
(2 ½ stelle su 5) Nelle sale italiane dal 16 marzo distribuito da Universal International Pictures Italia

Ritorna "John Wick" - Keanu Reeves, neo supereroe in un secondo capitolo, esplosivo mix di azione, fumetti e game tra New York a Roma

Finalmente è tornato il leggendario killer che ha rilanciato la star Keanu Reeves. “John Wick Capitolo 2” è un action movie all’insegna della vendetta e della violenza estrema in un surplus di azione, sparatorie e
orti ammazzati (se ne contano ben 141 sugli 84 del precedemte), sempre diretto da Chad Stahelski alla sua seconda regia, dopo essere stato – non a caso – stuntman e controfigura di Reeves nella trilogia di “Matrix”, ma anche in “Constantine”, per diventare infine aiuto regista per “Captain America: Civil War” e la saga di “Hunger Games”.
Se nel primo capitolo John Wick aveva si era ritirato a vita privata ma era violentemente costretto a ritornare in campo per vendicare la moglie e la sua più adorata macchina rubatagli dal figlio del boss, ora è costretto a rimettersi in gioco perché vincolato da un giuramento di sangue da un capo della camorra, Santino D’Antonio (un Riccardo Scamarcio azzeccato nel ruolo dello spietato bel tenebroso), che già gli ha raso a suolo la casa.
Deciso (ma non convinto) ad aiutarlo, John vola a Roma, insieme al suo cane, dove scopre che per saldare il suo debito deve uccidere la sorella del boss, Gianna D’Antonio (una Claudia Gerini in versione imperatrice del crimine), perché è stata nominata erede al comando della Camorra in Italia e quindi ad occupare un posto nel grande Tavolo della criminalità internazionale. Ma, ovviamente, ogni azione ha delle conseguenze e, compiuta la missione, Wick dovrà affrontare alcuni tra i più spietati killer del mondo sguinzagliati contro di lui dallo stesso D’Antonio.
Intrattenimento puro destinato soprattutto agli appassionati del genere, più virtuale che realistico, con un protagonista neo supereroe (del male) che però combatte i ‘cattivi più cattivi del mondo’ e si avvia verso l’immortalità perché, ovviamente, ne uscirà immune (tranne qualche ammaccatura) in un finale aperto – di ritorno a New York - in cui gli viene ricordato che dal ‘giro’ non se ne esce mai vivo… realmente. Probabilmente il terzo capitolo ci sarà – dato che Wick dovrà lottare ancora per la sua sopravvivenza -
visto l’inaspettato successo internazionale del primo (in Italia ha incassato 1.645.274 euro) e le aspettative createsi intorno a questo. Questo nuovo capitolo è una sorta di mix tra il classico film d’azione, i fumetti e i video games di ultima generazione, e l’esile trama (sceneggiata da Derek Kolstad, creatore del personaggio) poggia tutta o quasi su azione e violenza, sulle ottime coreografie degli scontri a mani nude o armate (anche da micidiali matite) e i maestosi scenari della Roma antica: dalle Terme di Caracalla a Piazza San Pietro, dalla Galleria
Nazionale d’Arte Moderna a Piazza Navona, dal Museo Centrale del Risorgimento all’Antica Libreria Cascianelli, dal Rione Monti al Campitelli. A New York, invece, le riprese si sono svolte dal tetto del Rockefeller Center ad uno storico negozio di sartoria (per il laboratorio sarto italiano di John, elegantemente mortale) a Bushwick; da Les Halles di Park Avenue French al locale Tao nel Meatpacking District. Quindi tanta azione, tra ‘gun-fu’ e ‘car-fu’ (più dell’ultimo 007), migliaia di spari che rischierebbero di
scalfire i millenari monumenti della Capitale, non fosse che il digitale permette di ‘ritoccare’ questi particolari, schizzi di sangue inclusi. E Roma, in cui si svolge tre quarti di film, da cornice diventa protagonista, grazie anche alla fotografia di Dan Laustsen, già collaboratore di Guillermo del Toro, mentre le scenografie di Kevin Kavanaugh e i costumi di Luca Mosca ricreano ambienti e atmosfere barocche al limite del kitsch che ben si addicono all’impero (decadente) del crimine organizzato. Quindi lo spettacolo non manca per due ore senza noia.
Nel cast Lance Reddick (Charon), John Leguizamo (il meccanico Aurelio, amico di John), Ian McShane (Winston), Bridget Moynahan (Helen Wick) e le new entry Ruby Rose (Ares, inedita e spietata killer), reduce del successo del serial “Orange is the New Black”, il rapper Common (Cassian, capo della sicurezza di Gianna) e Laurence Fishburne (Bowery King, capo di una rete di senzatetto killer insospettabili), che era coprotagonista, accanto a Reeves, in “Matrix”. José de Arcangelo
(2+ stelle su 5) Nelle sale italiane dal 16 marzo distribuito da Eagle Pictures