domenica 27 agosto 2017

Morto il regista Tobe Hooper: rivoluzionò il genere horror rendendolo terribilmente realistico con "Non aprite quella porta"

E’ scomparso – a 74 anni a Los Angeles - Tobe Hooper (sul set al centro della foto sotto a sinistra) proprio quando nelle sale sta per uscire il suo ultimo lavoro, nelle vesti di produttore, che è “Leatherface”, il prequel del suo mitico horror realistico e contemporaneo che lo rese famoso e rivoluzionò il genere: “Non aprite quella porta” (The Texas Chainsaw Massacre, 1974), ispirato non a caso ad un efferato e orribile fatto di cronaca nerissima, proprio nel suo Texas, visto che era nato ad Austin.
Un film che divenne subito cult e fece nascere un vero e proprio filone di horror quotidiani dove tutto il male che è nell’uomo viene fuori insanguinando non solo le pagine della cronaca nera dei giornali ma anche la strada e lo schermo. Anche perché nel capostipite era entrata in scena la ‘motosega’ con cui lo spietato Leatherface (maschera di pelle umana) massacrava le sue vittime. E, infatti, in questo caso si trattava di un’intera famiglia serial killer cannibale, spuntata fuori proprio nella società occidentale, tra consumismo e contestazione.
Verranno fuori poi (negli anni Ottanta) il Jason (maschera da hockey) di “Venerdì 13” e il di “Nightmare” (on Elm Street) di Wes Craven che diventeranno saghe interminabili, e anch’esse oggetti di recenti remake. E le vittime saranno sempre giovani spensierati (poi tormentati se sopravvissuti) con voglia di campeggio, aria pulita e sesso in libertà. Hooper non è stato tra i più prolifici – stava sprecando il suo talento come professore e operatore di documentari prima di decidersi a fare film -, comunque se la sua opera prima “Eggshells” (1969), non era
proprio un horror, i protagonisti erano degli hippie che occupavano una casa abbandonata nel bosco che si rivelerà, ovviamente, maligna, ma nel 1976 firma “Quel motel vicino alla palude” che, sempre in chiave contemporanea, rivisita topoi e personaggi tipici del genere, esasperando la violenza che è in noi, e avvalendosi – come era moda ieri come oggi – della partecipazione di vecchie glorie, da Mel Ferrer a Carolyn Jones ("La famiglia Adams" in tv), da Stuart Whitman allo stesso ‘assassino’ Neville Brand, star della serie B anni ’50-‘60. In un piccolo ruolo Robert Englund, futuro Freddy Krueger della serie “Nightmare”. Le armi dell’omicida erano
stavolta una grossa falce e un gigantesco ‘alligatore’, da lì l’accenno alla palude del titolo italiano, mentre l’originale recita “Mangiati vivi!” (Eaten Alive!) che da noi diventerà il titolo di una pellicola del filone cannibalesco firmata da Umberto Lenzi. I suoi film coinvolgono e spaventano perché anche la macchina da presa (spesso effetto in mano quando non la si usava più tanto) è addosso ai protagonisti – vittime e carnefici – e l’uso dello schermo panoramico ci fa ‘vivere’ l’inseguimento preda-assassino come su un frenetico carrello, appunto.
Dopo l’esperienza (probabilmente negativa) di “The Dark”, firmato solo da John ‘Bad’ Cardos (che in realtà lo sostituì), e il televisivo “Le notti di Salem” (uscito in molti paesi in sala), Hooper passa all’horror da luna park con “Il tunnel dell’orrore” (1981), dove la paura e il terrore finti diventano orribile realtà per il solito gruppo di ingenui ragazzi in cerca di divertimento. Cambia tono con “Poltergeist – Demoniache presenze” (1982), prodotto da Steven Spielberg – e da lui scritto con Michael Grais - a chi rende omaggio nella sequenza iniziale, quella dell’arrivo, sereno e felice, della
famigliola nella nuova casa che, naturalmente, nasconde un orribile segreto. E l’orrore s’insinua – inquietante - attraverso il piccolo schermo di un televisore, ricettacolo di vizi e virtù (della nostra società), in cui bene e male sono sempre in bilico. “Space Vampires” (1985) segna il passaggio (o ritorno alle origini) all’horror fantascientifico, suggestivo e accattivante, ma non del tutto coinvolgente. Manca, forse, l’inquietudine che di solito riesce a trasmettere allo spettatore. E’, invece, il tipico film di fantascienza “Invaders” (1986), tra passato e presente del genere, con una Karen Black in anticipato viale del tramonto. Un ragazzino (come nei film di Spielberg) tenta di fermare un
gruppo di mostruosi marziani (simili ad “Alien”) che hanno invaso la sua cittadina (vedi i film anni ’50) in attesa di fare il lavaggio del cervello ai suoi abitanti. Infatti si tratta del remake del film omonimo (in Italia “Gli invasori spaziali”), tratto dal romanzo di Richard Blake. Lo stesso anno esce “Non aprite quella porta 2”, sui toni del grottesco e in sintonia/contrasto con il perbenismo reaganiano che domina il Paese, senza dimenticare il suo stile volutamente ‘sgradevole’, anche se gli effetti speciali di Tom Savini sono stati censurati dai produttori. La feroce famiglia cannibale,
infatti, incontra uno sceriffo (Dennis Hopper) più psicopatico di loro. Nel 1987 Hooper passa quasi definitivamente al piccolo schermo, infatti, il terzo capitolo “Leatherface – Non aprite quella porta 3” da noi è uscito solo in videocassetta. Firma allora svariati tv-movie ed episodi di serial, non solo horror, da “Un giustiziere a New York” a “Racconti della cripta”; da “Storie incredibili” a “Freddy’s Nightmare”. E nel 1995 torna sul grande schermo con “The Mangler – La macchina infernale”, tratto da Stephen King, sorta di horror tecnologico non privo di
fascino (metaforico-sociale). Ma ritorna subito su quello piccolo: da “Un filo nel passato” a “Dark Skies – Oscure presenze”; da “Prey” ai film-tv. Ritorno ancora al cinema con “La casa dei massacri” (Toolbox Murders, 2004), ma il film esce quasi esclusivamente in Dvd inclusi gli States, tranne in pochissimi paesi dove esce in sala (tra cui Israele e Filippine). Nel 2005 gira il deludente – non dal punto di vista visivo - “Il custode” (Mortuary), solita storia di una casa maledetta in cui si trasferisce una coppia per iniziare una nuova vita dopo un grave lutto. Ne seguono due episodi del televisivo “Masters of Horror“.
E’, invece, del 2009 il suo penultimo film “Destiny Express Redux”, inedito in sala, presentato soltanto al South by Southwest Film Festival (Usa). Storia di uno zombi, con in mano un braccio, che attraversa il mondo alla ricerca del senso della vita, ma incontra una ragazza zombi che afferra un corpo… Riusciranno a formare un corpo umano intero? L’ultimo lungometraggio girato da Hooper è “Djinn” (2013) che narra di una coppia, originaria degli Emirati Arabi (il film è stato prodotto proprio lì), ritorna da un lungo viaggio e scopre che il loro nuovo appartamento è stato costruito sul luogo dove sono accaduti malefici avvenimenti. Finora inedito in sala in Europa.
Oltre a produrre la maggior parte dei suoi film, Tobe Hooper negli anni 2000 ha prodotto la serie di remake del suo “Non aprite quella porta” (2003) di Marcus Nispel, “Non aprite quella porta: l’inizio” (2006) di Jonathan Liebesman, “Non aprite quella porta 3D” (2013) di John Luessenhop, e - come anticipavamo - il recente “Leatherface” (2017) di Alexander Bustillo & Julien Maury, con Lili Taylor e Finn Jones, in uscita negli Usa il 20 ottobre e in anteprima mondiale in Italia il 14 settembre 2017. José de Arcangelo

giovedì 24 agosto 2017

Gradevole spettacolo mozzafiato a Marsiglia con inseguimenti a tutto gas e anche a piedi in "Overdrive" con Scott Eastwood

Action thriller sulla scia di “Fast&Furious” (non a caso i due sceneggiatori-produttori hanno lavorato alla saga), ma meno ambizioso, ambientato nel sud della Francia, anzi principalmente a Marsiglia, “Overdrive” di Antonio Negret (“Snitch – L’infiltrato”) – scritto da Michael Brandt e Derek Haas - segue le spericolate
imprese dei fratelli Foster, ladri professionisti di automobili d’epoca, incappati negli intrighi della mafia locale, anzi internazionale. Andrew (Scott Eastwood) e suo fratellastro Garrett (Freddie Thorp), finiscono per sbaglio nella trappola del noto boss Jacomo Morier (Simon Abkarian). Unica via d’uscita per gli sfortunati e romantici ladruncoli è accettare il rischioso ‘incarico’ che il mafioso assegna loro: rubare la preziosissima Ferrari 250GT del
1962 dalla collezione di Max Klemp (Clemens Schick), collezionista e noto industrial-criminale tedesco insediatosi in Costa Azzurra. Giunti a destinazione, gli uomini di Klemp non sono i soli da cui i Foster devono guardarsi le spalle: lo spietato ‘datore di lavoro’ rapisce la fidanzata di Andrew, Stephanie (Ana de Armas), anche lei parte della
‘squadra’. Per i due fratelli, pronti a tutto per salvare la pelle, inizia una corsa contro il tempo tra incredibili acrobazie su quattro ruote e sfrenati inseguimenti al cardiopalma, (anche a piedi per le strade di Marsiglia). Colpo di scena nella sequenza finale (dopo altri ‘minori’) non del tutto prevedibile, anche se qualche indizio viene lasciato sfuggire lungo il percorso del film. Efficace spettacolo – per chi ama il genere e non gli eccessi di effetti speciali - su misura per il lancio da protagonista del figlio di Clint (la
somiglianza è a tratti incredibile), Scott, che il regista sottolinea con primissimi piani degli ‘occhi di ghiaccio’ come faceva Leone per papà Eastwood. Erano insieme in “Di nuovo in gioco” (2012), ma Clint lo aveva diretto in un piccoli ruoli in “Flag of Our Fathers”, “Gran Torino” e “Invictus”. Epilogo, ovviamente, a Parigi con le due coppie di innamorati.
E anche la coppia Eastwood (anche lui in “Fast&Furious 8” in ruolo secondario) con l’altra giovane star in ascesa Thorp, funziona facendone del film quasi un Buddy Buddy dell’azione, in una Marsiglia tutta da (ri) scoprire (grazie al direttore della fotografia Laurent Barès). Meno incisive le due presenze femminili, oltre la de Armas, Gaia Weiss (Devin), mentre sono efficaci le prestazioni dei cattivi di turno Abkarian, Abraham Belaga (Laurent Morier) e Schick. Non ultima ‘la sfilata’ di Bugatti, Ferrari – inclusa quella pilotata dal campionissimo Juan Manuel Fangio -, Porsche e via dicendo, doc e tutte d’epoca. José de Arcangelo
(2 ½ stelle) Nelle sale dal 23 agosto distribuito da Koch Media

giovedì 3 agosto 2017

E' Arrivata "Annabelle 2" uno spin-off sequel di un horror 'classico' che coinvolge e sconvolge

Finalmente arriva nelle sale italiane – portando qualche brivido – nella settimana più calda il sequel-prequel dello spin-off di “The Conjuring - L’Evocazione”, ovvero “ Annabelle 2” (Annabelle: Creation) - sempre sceneggiato da Gary Dauberman, ma diretto da David F. Sandberg, il regista rivelazione di “Lights Out - Terrore nel buio” -, che riprende il tema della bambola posseduta, avendo come riferimento i classici del
genere horror. Infatti, il film offre resa formale impeccabile, suspense in crescendo, qualche brivido e poche sorprese, ma buone. Costrette a lasciare il loro istituto, rimasto distrutto dopo una catastrofe, un innocente – ma non troppo - gruppetto di orfanelle, accompagnato da sorella Charlotte (Stephanie Sigman, già Bond girl), viene accolto nella grande casa coloniale di un fabbricante di bambole e sua moglie, Samuel ed Esther Mullins (gli australiani, ormai radicati a Hollywood, Anthony LaPaglia e Miranda Otto).
Contente di trovarsi in un enorme ‘castello da favola’, le ragazzine si precipitano al piano di sopra a esplorare le nuove camere, arredate con tocco romantico ed elegante, occupata da lettini allineati in ferro battuto, o a castello, e tanti giocattoli possibilmente da non toccare. Mentre continua a curiosare in giro, una di loro, la zoppa Janice, si imbatte in un’invitante porta chiusa a chiave, che il padrone di casa si raccomanda di non varcare mai.
Però accadono sempre più strani episodi durante la notte, e misteriose circostanze che rimandano alla tragica morte della figlia dei padroni di casa (ne siamo testimoni nel prologo). Il suono di un grammofono - che ripete una vecchia celeberrima canzone – amata dalla bambina scomparsa, altri rumori inquietanti provengono dalla stanza proibita, e una forza oscura e maligna inizia ad aggirarsi nella dimora in cerca di anime e prendendo di mira le bambine…
Il tutto ambientato nella campagna americana anni Cinquanta (ottima ambientazione degli scenografi Jennifer Spence e Lisa Son, Art Director Jason Garner; costumi di Leah Butler), per un racconto – forse un po’ lungo – che non eccede però con gli effetti speciali digitali, ma lascia intuire più che mostrare (appunto come i classici di una volta) allo spettatore, tanto che la presenza demoniaca si manifesta solo in flash. I rimandi vanno dai classici anni ’30-’60 all’immancabile “L’esorcista” di William Friedkin, dato che si tratta pur sempre di ‘possessione diabolica’.
Ovviamente la pellicola è prodotta dal fortunato James Wan, già responsabile dei film precedenti. Forse chi ama lo splatter o il reality-horror di ultima generazione, rimarrà deluso, anche se le scene più raccapriccianti sono concentrate nel finale, e non abbandonate la poltrona fino alla fine dei titoli di coda perché c’è sempre un epilogo in pillole che preannuncia un sequel. O no? Anzi è già in produzione un altro spin-off “The Nun”.
Le ragazzine protagoniste: Lulu Wilson (Linda), direttamente da “Ouija - L’origine del male”; Talitha Bateman (Janice), Philippa Coulthard (Nancy), Tayler Buck, Grace Fulton e Samara Lee (Bee Mullins), mentre gli adulti in ruolo cameo sono Kerry O’Malley (Sharon Higgins), Brian Howe (Pete Higgins), Alice Vela-Bailey (demone di Mrs. Mullins), Joseph Bishara (demone in Annabelle), Mark Bramhall (padre Massey). La fotografia è firmata da Maxime Alexandre e il montaggio da Michael Aller. Le musiche sono dell’inglese Benjamin Wallfisch, nomination al Golden Globe per la colonna sonora de “Il diritto di contare”. José de Arcangelo (2 ½ stelle su 5) Nelle sale italiane dal 3 agosto distribuito da Warner Bros. Italia

mercoledì 7 giugno 2017

Dopo tante vicissitudini produttive arriva nei cinema la commedia corale 'terapeutica alla spagnola' di Anna Di Francisca "Due uomini, quattro donne e una mucca depressa"

Arriva nelle sale italiane il film di Anna Di Francisca, “Due uomini, quattro donne e una mucca depressa, una co-produzione Italia-Spagna realizzata tempo fa – era stato presentato al Torino Film Festival - che, per problemi con la produzione italiana (prima, durante e dopo), ha dovuto ‘aspettare’ a lungo per avere una
degna uscita. E’ una commedia corale ‘alla spagnola’ che recupera quel gusto della comicità e dell’ironia, quasi favolistica, sulla provincia e conta su un cast maggiormente iberico di tutto rispetto, attori e attrici anche famosi non solo in patria che, secondo la regista, si sono comportati da veri professionisti senza altra pretesa che il lavoro. Infatti, nel cast c’è anche l’argentino Héctor Alterio, protagonista – non solo – de “La storia ufficiale”, premio Oscar per il Miglior Film Straniero, e all’epoca della
dittatura, esiliato in Europa ma attivo fra Spagna e Italia, appunto. “Manojlovic l’ho avuto sempre in testa – confessa la regista -, ma non volevo un italiano, ci sono tanti, ma lui si prestava al personaggio ed ha aderito subito. Per le donne avevo prima pensato a Carmen Maura, ci siamo anche incontrate, ma poi non è stato possibile. Con Maribel (Verdù), l’approccio è stato facile e fruttuoso”. Edoardo (il serbo Miki Manojlovic, già attore feticcio per Emir Kusturica), compositore in crisi affettiva e
creativa, si prende un periodo sabbatico e si rifugia in un’allegra cittadina del sud della Spagna, dove abita il suo amico Emilio. Arrivato a destinazione, è un uomo cinico, rompiscatole, stufo di se stesso e demotivato, incapace di scrivere musica in cui si riconosca. L’impatto con quel piccolo paese, le sue donne, i suoi colori e sapori lo fa aprire di nuovo alla vita e alle emozioni, e – grazie allo sgangherato coro polifonico della parrocchia locale – ritrova l’energia anche per dirigerlo e comporre di nuovo la ‘sua’ musica. E come le quattro donne del coro, anche Edoardo compie un suo percorso di cambiamento. Una sorta di
scambio ‘terapeutico’, che si attua soprattutto grazie al potere comunicativo della musica, che farà passare la depressione persino alla mucca del suo amico. “Il soggetto è mio – afferma l’autrice – ma poi agli sceneggiatori (Giuseppe Furno, Valentina Capecci) ho dovuto affiancare lo spagnolo Javier Muñoz (il film, ovviamente, è stato girato in spagnolo ndr.), ma il punto di vista è il mio. Mi piace il microcosmo legato ai piccoli paesi, come in un acquario vengono fuori vizi, virtù e desideri. In Spagna ho avuto maggior libertà creativa, ma l’ho pagata carissimo (da noi ndr.),
perché non piacciono i progetti di commedie corali sofisticate, tanto meno con attrici sopra i 40. Vorrei fare una commedia europea perché credo sia quello che funziona in Francia e Inghilterra”. Divertente e garbato, sensuale e solare, il film coinvolge e incuriosisce anche quando il confronto città-provincia (il musicista lascia Roma per un ‘piccolo mondo’ spagnolo), intellettuale-popolo, può apparire non originale. Ma l’atmosfera e il tocco della Di Francisca è piacevole e affettuoso verso i suoi personaggi, di cui non nasconde vizi né difetti.
“La metodicità, l’ordine, l’efficienza – dice l’autrice de “La bruttina stagionata”, “Fate un bel sorriso” e “Il mondo i Mad”- di una piccola cittadina dai colori forti, con la terra rossa, i cieli tersi, la sua piazza diventano la scenografia ideale per raccontare questo piccolo mondo perfetto, ma che si può facilmente sgretolare. La vivacità di queste donne, così terrene e reali, dà verità ai personaggi, in cui non è difficile immedesimarsi. La musica gli fa da contrappunto. ‘Due uomini, quattro donne e una mucca depressa’ vuol essere anche questo: uno sguardo tenero e insieme sarcastico su un universo femminile, ma non
solo, desideroso di cambiamenti e di solarità, che trova anche nel canto la forza e l’energia di ribellarsi alle avversità”. Infatti, è questo che conquista lo spettatore, visto che spesso le commedie del genere finiscono per cadere nelle macchiette o esaltano più vizi che virtù dei personaggi, tra l’altro nemmeno amati dagli stessi registi. Per gustarla meglio la pellicola andrebbe vista in spagnolo, dato che anche il protagonista e gli attori italiani recitano nella lingua di Cervantes, e i dialoghi ‘tradotti’ diventano meno graffianti. E poi
c’è una costante presenza degli animali, persino delle belle cicogne che fanno nido nei posti più impensati, tipo le antenne tivù, che ci hanno ricordato la commedia (ancora sotto il franchismo) “Addio Cicogna addio” di Manuel Summers (1971), soprattutto per l’atmosfera e l’affiatato cast, non certo per la storia e il tono. L’autrice ora ha diversi progetti, sempre commedie corali ambientate in un piccolo paese, magari in Emilia o in Umbria, ma probabilmente si deciderà sul Meridione. Comunque non vuole precisare per scaramanzia. Nella commedia, otre a Manojlovic, recitano la star internazionale Maribel Verdù (Julia), da “Y tu mamà
también” a “Se permetti non parlarmi di bambini”; Eduard Fernàndez (Emilio), da “La pelle che abito” di Almodovar a “La notte che mia madre ammazzò mio padre” e adesso nel remake spagnolo di “Perfetti sconosciuti”; Laia Marull (Victoria), Carmen Mangue, Hector Alterio (generale), Gloria Muñoz (Manuela), con la partecipazione di Antonio Resines (presentatore), gli italiani Ana Caterina Morariu (Marta), rumena di nascita; Manuela Mandracchia (Sara) e con Serena Grandi (Irma) e Neri Marcorè (Carlos, il barbiere). José de Arcangelo
(2 ½ stelle su 5) Nelle sale italiane dal 8 giugno distribuito da Mariposa Cinematografica

giovedì 1 giugno 2017

Nemmeno "Baywatch" è quella di una volta, nonostante le bellezze al bagno e la coppia Dwayne-Efrom è tutta azione

Delude sicuramente i fan del popolare e amato serial anni Novanta perché di “Baywatch” c’è solo la cornice, infatti, il film è una commedia simil demenziale tutta azione, dove di veri salvataggi ce n’è uno – spettacolare - all’inizio, il resto è una sorta di ‘Buddy Buddy’ parodistico tra Dwayne Johnson e Zac Efron,
nemici-amici. La comicità è ‘letteralmente’ del c…., e non è un battuta perché almeno due scene ce l’hanno come ‘protagonista’ assoluta, prima sulla spiaggia (un’erezione improvvisa della nuova recluta senza il fisico del ruolo ma dotato di tanta buona volontà (non solo); la seconda in obitorio con un membro ‘morto’ in bella vista, oggetto dell’altrettanto improvvisata autopsia su un morto ammazzato che invece si vuol far passar per morte incidentale.
Mitch Buchannon (Johnson), impegnato a selezionare e addestrare le nuove reclute della squadra bagnini, si scontra con il neo arrivato Matt Brody (Efron), ex nuotatore olimpico (ha vinto due medaglia d’oro) caduto in disgrazia e non abituato a fare squadra, appunto. E trascina aspiranti e bagnini nelle indagini sulla bella ed esotica Victoria Leeds (Priyanka Chopra), proprietaria dell’Hartley Club, sospettata di usare il locale per il traffico di una nuova droga sintetica e decisa ad impossessarsi dell’intera baia, scontrandosi ancora non solo con il capitano, ma anche la polizia per delle morti sospette.
Certo, Johnson – ex The Rock - ed Efron capeggiano anche con autoironia il cast della pellicola che porta per la prima volta sul grande schermo i bagnini più sexy d’America (quelli di allora lo erano veramente e molti di più), diventati vere e proprie icone degli anni '90 grazie alla fortunata serie televisiva – camp e cult – di cui erano protagonisti David Hasselhoff e Pamela Anderson - entrambi in ruolo cameo -, ma delle relazioni e gli amori tra i componenti del gruppo non c’è quasi niente e le vere scene in/da spiaggia sono contate.
E nemmeno il regista della gustosa commedia “Come ammazzare il capo… e vivere felici”, Seth Gordon, sembra davvero a suo agio, anche perché non lo aiuta l’esile e prevedibile sceneggiatura di Michael Berk & Douglas Schwartz, ispirata allo spunto e personaggi creati da Jay Scherick, David Ronn, Thomas Lennon e Robert Ben Garant. Probabilmente piacerà alla nuova generazione di adolescenti ma il tutto sa di dejà vu banalmente aggiornato e (s)corretto. Peccato che alla fine non riesca nemmeno ad essere una vera e propria parodia.
“Baywatch” vede la partecipazione anche delle bellezze al bagno – ma più spesso in abito da sera - Alexandra Daddario (Summer Quinn), Kelly Rohrbach (CJ Parker) e Ilfenesh Adera (Stephanie Holden), assecondate da John Bass (Ronnie Greenbaun, la recluta superdotata), Yahya Abdul Matten II (sergente Ellerbee), Hannibal Bures (Dave ‘The Tech”), Rob Huebel (capitano Thorpe), Amin Joseph (Frankie), Jack Kesy (Leon) e Oscar Nuñez (consigliere). José de Arcangelo
(1 ½ stelle su 5) Nelle sale italiane dal 1° giugno distribuito da Universal International Pictures Italia

Ecco "Wonder Woman" mitica guerriera i cui superpoteri sono potenza e grazia, saggezza e meraviglia, con Gal Gadot

Un bell’esordio sul grande schermo per “Wonder Woman”, non solo perché si tratta della sua prima volta al cinema (negli anni Settanta c’è stata un serie tv con Lynda Carter e poi un’altra d’animazione), ma
soprattutto perché si discosta dalle solite (troppe) trasposizioni cinematografiche dei supereroi dei fumetti – sia Marvel che DC - riportando in grande stile l’avventura d’altri tempi attraverso la mitologia classica e la storia dell’umanità. Infatti, si parte alla ricerca delle origini dell’eroina, Diana, principessa delle Amazzoni, figlia di
Ipolita (Connie Neilsen) e nipote di Antiope (Robin Wright), cresciuta nella remota – ma ovviamente in un luogo imprecisato dell’Europa – isola di Themyscire, e addestrata a diventare un’invincibile guerriera dalla zia, contro il parere di sua madre, la regina. Un giorno però precipita al largo dell’isola il pilota americano Steve Trevor (Chris Pine) e racconta di un grande conflitto scoppiato nel mondo degli uomini. Diana (Gal Gadot, già Miss Israel, non ha il fisico ma anche l’anima del ruolo), convinta che si tratti di
uno stratagemma di Ares – il super dio della guerra – decide di lasciare la casa in compagnia di Steve per porre fine alla minaccia contro il genere umano. E, catapultata nella Londra della Grande Guerra, non solo scoprirà con meraviglia il nostro mondo nel 1918, ma combatterà a fianco dell’uomo in una guerra che metta fine a tutte le guerre, scoprendo tanto i suoi poteri quanto il suo vero destino.
Dal personaggio creato da William Moulton Marston per DC Comics e da una storia di Zack Snyder & Allan Heinberg e Jason Fuchs, “Wonder Woman” è stato sceneggiato dallo stesso Heinberg con l’ironia e la fantasia giusta, recuperando il sottile femminismo dell’originale che la regista Patty Jenkins (da “Monster” al televisivo “The Killing”) ha riportato sullo schermo con il tono giusto – oltre al punto di vista femminile -, senza retorica né eccessi di azione (che per forza c’è) e usando gli effetti speciali digitali in modo
azzeccato E, come di consueto, il pirotecnico finale, è più misurato del solito. Se tutto funziona e non stona è proprio perché regista e sceneggiatori sono fedeli fan del famoso personaggio. Wonder Woman/Diana – concentrato di potenza e grazia, ingenuità e saggezza, giustizia e libertà – rievoca le qualità ispiratrici intrinseche di una delle più grandi supereroine (ancora e sempre in minoranza rispetto ai supereroi machi) di tutti i tempi, celebre in tutto il mondo, simbolo globale di forza ed uguaglianza da
oltre 75 anni – che non si sentono -, doppio femminile ideale di “Superman”. L’unico cosa che è stata cambiata è l’ambientazione moderna che, anziché nella Seconda Guerra Mondiale quando è nato il fumetto, si svolge alla fine della Prima. “Era assolutamente il momento propizio – dice la Jenkins -, per offrire la storia di Wonder Woman al pubblico cinematografico. I fan aspettavano questo momento da tanto tempo, ma sono convinta che la storia appassionerà anche chi non è propriamente un seguace di Wonder Woman. I supereroi hanno fatto parte della
vita di molti di noi; è quelloa specie di fantasia che ci fa dire ‘Come sarebbe se io fossi così potente e invincibile e se io potessi vivere un’esperienza così eccitante e compiere azioni eroiche?” Nel cast ci sono anche ‘i cattivi di turno’ Danny Huston (Ludendorff), da “X-Men: le origini” ad “American Horror Story”, non solo; e la spagnola Elena Anaya (Dottoressa Maru), già protagonista di “La pelle che
abito” di Pedro Almodovar; David Thewlis (Sir Patrick), dalla saga di “Harry Potter” alla più recente versione di “Macbeth”, per ricordare solo gli ultimi; Ewan Bremner (Charlie), i due “Trainspotting”; il francese Said Taghmaoui (da “L’odio” a “Lost”); Lucy Davis (Etta), da “L'alba dei morti dementi” (Shaun of the Dead) a “The Office” in tv; Eugene Brave Rock (Capo), nativo della Blackfoot Confederacy. Le musiche sono di Rupert Gregson-Williams, da "Hotel Rwanda" a "La battaglia di Hacksaw Ridge". José de Arcangelo
(3 stelle su 5) Nelle sale italiane dall’1 giugno distribuito da Warner Bros. Pictures

giovedì 25 maggio 2017

Remake 'romano' per la commedia sentimentale israeliana omonima "2night" di Ivan Silvestrini con Matilde Gioli e Matteo Martari

E’ nelle sale italiane l’opera seconda “2night” di Ivan Silvestrini – rifacimento italiano del film israeliano - con Matilde Gioli (premiatissima esordiente ne “Il capitale umano”) e Matteo Martari (“La felicità è un sistema complesso”), e l’amichevole partecipazione di Giulio Beranek. Ma è già pronto per l’uscita il successivo film del regista, “Monolith”, presentato in anteprima al Trieste Science + Fiction
Festival. Infatti, “2night” - presentato in anteprima nella sezione Panorama di “Alice nella Città”, nell’ambito della Festa del Cinema 2016, e al MovieMav di Manila -, era pronto da due anni perché girato nel 2015. Una
commedia sentimentale contemporanea (doveva uscire per San Valentino) ovvero un ‘dramedy’ in bilico fra Eric Rohmer (“La mia notte con Maud”, senza discorsi filosofici, ma non solo) e il Richard Linklater della trilogia “Prima dell’alba”, “Prima del tramonto” e “Before Midnight”, 1995-2013) e, se non è proprio originale, respira non solo l’atmosfera notturna di una Roma quasi inedita ma anche l’animo dei trentenni di oggi, coetanei del regista. Sabato notte a Roma. Due giovani sconosciuti si incontrano e si piacciono in discoteca. Nelle loro
intenzioni solo sesso, come tante altre volte. Ma c’è il traffico del sabato sera, e spostandosi in macchina verso casa di lei, la conversazione si dilunga e passa attraverso diversi stati emotivi. All’inizio diffidente pian piano diventa provocatorio, spregiudicato finché le maschere cadono, scoprendo un’intimità che li costringerà a cambiare il loro programma. E, forse, la loro esistenza. Tratto dal soggetto originale di Roi Werner e Yaron Brovinsky, adattato per l’Italia da Antonio Manca, Antonella Lattanzi e Marco Daniele, il film è pressoché tutto ambientato in esterni, anzi in macchina,
dentro e furoi, perché come ha dichiarato Silvestrini “è un mezzo con cui ci relazioniamo tutti, uno strumento di avventura e pericolo”. E, se “2night” non uguaglia i riferimenti alti, si mantiene sui livelli dell’originale, anzi in questo caso Roma – al contrario di Tel Aviv diventa la terza protagonista, offrendo al film un’atmosfera quasi magica. E, dal punto di vista visivo (inquadrature e riprese), non ha niente da invidiare ai classici del genere “una coppia in un’intera notte”. Unica pecca, forse e come al solito, sono i dialoghi non sempre azzeccate e verosimili.
“2night” è stata per me – scrive l’autore nelle note - l’occasione di raccontare con cruda delicatezza i pensieri, i dubbi e le paure dei trentenni occidentali di oggi. Una donna e un uomo moderni che in una notte, che sembra quasi una vita intera, abbandonano le maschere e giocano la partita dei loro destini. Una donna che non ha paura del desiderio e vive la sessualità liberamente, e un uomo che di fronte a quella che è quasi un’incarnazione delle sue fantasie, si trova privato del suo ruolo e non sa dove mettere le mani. Ci sono due persone e c’è la mia città, Roma, che diventa rappresentazione materica del loro tortuoso ma inarrestabile avvicinamento”.
“L’architettura ha il suo ordine, rigido per quanto movimentato, e in questo scenario si muovono le due figure irregolari e liquide dei protagonisti, in un inseguimento continuo che cerca di bruciare tutte le tappe in una sola notte… e la città li sta a guardare. Entrando in quella macchina con i due protagonisti diventiamo spettatori invisibili di un’intimità, possiamo ritrovarci nell’uno o nell’altra e chiederci perché e cosa ci fa sentire coinvolti nell’avventura di questa notte, l’avventura di 2night”. José de Arcangelo
(2 ½ stelle su 5) Nelle sale italiane dal 25 maggio distribuito da Bolero Film