mercoledì 19 aprile 2017

Quando il seme del male viene dalla cronaca nera diventa horror in "The Bye Bye Man" di Stacy Title. Cameo della mitica Faye Dunaway

Non si tratta di un vero e proprio horror perché “The Bye Bye Man” della regista Stacy Title (da “Una cena quasi perfetta” a “Hood of Horror”), è un thriller che fonde paranormale e psicologico, visto che si ispira a fatti di cronaca realmente accaduti, a sua volta raccolti nel libro “The Bridge to Body Island” di Robert Damon Schneck e sceneggiati da Jonathan Penner (“Il diavolo dentro”). Fonte d’ispirazione sono inspiegabili
omicidi familiari, veri e propri massacri compiuti da persone apparentemente tranquille, ‘normali’, che improvvisamente impazziscono facendo strage dei loro cari. Non a caso, il prologo parte proprio da questo fatto per poi riportarci anni dopo da tre studenti, il brillante ma insicuro Elliot (il Douglas Smith di “Ouija”), la sua bella fidanzata Sasha (la debuttante sul grande schermo Cressida Bonas) e l’allegro miglior amico John (Lucien Laviscount di “Scream Queens”) che prendono insieme ‘quella casa’, ovviamente,
senza sapere né sospettare quello che è successo e li riserva. Però man mano se ne accorgeranno che la casa custodisce un oscuro segreto, prima le tracce su un foglio di carta dove c’è scritto ripetutamente “non dirlo non pensarlo”, poi proprio sul fondo del cassetto,
intagliato sul legno, il nome “The Bye Bye Man”. Naturalmente, come in ogni horror che si rispetti, durante una festa, la loro ignara amica Kim (Jenna Kanell, del serial “Vampire Diaries”), dando inizio ad un incubo senza fine, in cui tutti verranno mortalmente coinvolti. Fra distorsioni della realtà, visioni allucinanti e paranoia, quel diabolico personaggio si impossessa dell’intero gruppo di amici e conoscenti. Chi e come sconfiggerà quella orribile presenza del male?
E, se la premessa ricorda il nuovo filone horror da frasi da non dire, nomi da non pronunciare (“Candy Man” e C.), telefonate (“The Ring” e simili) o mail da non rispondere, la struttura e lo svolgimento è sono quelli tradizionali, e pian piano diventa prevedibile, facendo rimpiangere un inizio davvero inquietante. Quindi, se amate lo splatter e i fiumi di sangue siete fuori strada, ma se vi piacciono o vi intrattengono i
film di genere che poi diventano saghe, “The Bye Bye Man” è un discreto ‘passatempo’, anche se la suspense è ridotta e il brivido scarseggia. Probabilmente piacerà alle nuove generazioni, quelle che sul genere sono ancora digiune, e soprattutto su classici e sottogeneri. Non a caso in America il film ha già conquistato più di due milioni di spettatori. Tra attori specialisti e non, la rediviva (e quasi irriconoscibile) Faye Dunaway (da “Gangster Story - Bonnie & Clyde” a “Chinatown”), Carrie-Ann Moss (da “Memento” a “Matrix”), nel ruolo dell’ispettrice;
Michael Trucco (di “Battlestar Galactica), nella parte di Virgil, fratello maggiore di Elliot; Erica Tremblay, Cleo King e, nel ruolo di The Bye Bye Man, Doug Jones (“Il labirinto del fauno”). Sono tutti specialisti, invece, artigiani e tecnici, dal direttore della fotografia James Kniest (da “Annabelle” a “Hush - Il terrore del silenzio”); la scenografa Jennifer Spence (“Paranormal Activity” e “Insidious”); il montatore Ken Blackwell (“Ouija”) e la costumista Leah Butler (“Paranormal Activity” 3 e 4 e “Annabelle 2”. José de Arcangelo
(2 stelle su 5) Nelle sale italiane dal 19 aprile distribuito da Koch Media - Midnight Factory

giovedì 13 aprile 2017

Presentato fuori concorso ai Festival di Venezia e Toronto, arriva nelle sale italiane dopo l'anteprima a 'Rendez Vous', la terza opera della regista Rebecca Zlotowski "Planetarium"

Fin dall’esordio con “Belle Epine” (2010, Settimana della Critica a Cannes, Premio Louis Delluc e della Critica alla Miglior Opera prima), la regista francese Rebecca Zlotowski è stata coccolata dalla critica, il fatto è stato poi confermato da “Grand Central” (2013, Un Certain Regard a Cannes). Ora nelle sale italiane esce la sua terza opera, ancora più ambiziosa e complessa, “Planetarium”, presentata come evento fuori
concorso ai Festival di Venezia e di Toronto, e in anteprima nei giorni scorsi a Rendez Vous, la rassegna del cinema francese più recente. Però stavolta la pellicola incrocia troppi temi e spazia su più generi, dallo spiritismo alla persecuzione nazista, dal cinema stesso al rapporto tra due sorelle e un illuminato produttore, dalla politica al razzismo.
Verso la fine degli anni ’30, le sorelle Barlow, Laura (Natalie Portman) e Kate (Lily-Rose Depp, figlia di Johnny e Vanessa Paradis), due americane che praticano sedute spiritiche pubbliche e private, si trovano in tour in Europa. A Parigi incontrano André Korben (Emmanuel Salinger), noto produttore cinematografico francese proprietario di uno dei più grandi studi della Francia, dove produce film utilizzando costose tecniche d’avanguardia.
Nonostante il suo scetticismo, Korben, quasi per gioco, deide di sottoporsi a una seduta spiritica con le due ragazze – la più giovane, Kate, è la vera medium -, ma resta profondamente colpito da questa esperienza, offre loro ospitalità nella sua villa e stipula con le sorelle un contratto per realizzare un ambizioso esperimento: dirigere il primo vero film sull’esistenza dei fantasmi. Ma presto Laura – diventata attrice - capirà che vi sono ragioni ben più oscure che legano l’uomo a loro…
Suggestivo sul versante visivo e in bilico fra realtà e finzione, “Planetarium” non raggiunge mai l’equilibrio tra emozione e riflessione per riuscire a coinvolgere completamente lo spettatore a cui viene richiesta un’attenzione particolare. Infatti, la sceneggiatura della stessa Zlotowski e Robin Campillo, racconta e intreccia storie realmente accadute ma romanzate e reinventate attraverso il filtro della realtà contemporanea, piene di riferimenti e citazioni (per i locali e per l’inno l’autrice si è ispirata a “Cabaret” di Bob Fosse), fra passato e presente, vita e morte.
“Non è stato facile fare il film neanche nel mio paese perché c’è paura. Una storia complessa esige anche complessità nel realizzarlo e indurre il pubblico a una riflessione successiva. Il clima politico e critico che ci circonda, ci sommerge – spiega la regista sull’idea iniziale del film -; il desiderio di filmare un’attrice straniera che si trasferisce in Francia (la Portman ndr.); rivendicare personaggi dal destino glorioso e una voglia molto forte di credere nella finzione… Ho sentito la necessità di trattare il mondo insidioso, crepuscolare, nel quale siamo entrati, con gli strumenti romanzeschi. Ho pensato a questa frase di Duras (Margherite ndr.) così inquietante quando ci si pensa: Non si sa mai quando si è sul punto di cambiare”.
“Ho avuto il desiderio di spingermi – continua - verso un lavoro particolare con gli attori. Le riprese dei miei primi due film sono durate poco, e questo mi aveva lasciato affamata: sentivo il bisogno di lavorare su quel lato, di mettere gli attori in trance fisica, esplorare il mondo dei riti e delle possessioni, le manifestazioni fisiche ma senza arrivare ai riti girati da Rouch (Jean, il grande documentarista ndr.) in ‘Les Maitres Fous’ e, anche se questa pista esiste nel film, non è solo che una piccola parte. E poi non mi rende conto della mia stessa ossessione di raccontare l’invisibile, in questo caso era l’incombenza della catastrofe nazista”.
E sui personaggi, precisa: “Mi sono subito interessata alla storia delle sorelle Fox, tre sorelle medium americane che hanno inventato lo spiritismo alla fine del 19° secolo (nella sua opera la loro vicenda è stata spostata di oltre 40 anni ndr.), grande mito americano. Il loro successo è stato considerevole, portando alla nascita e al prosperare di una dottrina con centinaia di migliaia di adepti in tutto il mondo, fino ai circoli intellettuali dell’Europa. Un episodio poco conosciuto ma che mi ha affascinato: l’assunzione, per un anno, da parte di un ricco banchiere (sostituito nel film dalla figura del produttore Bernard Natan ndr.), di una delle sorelle per incarnare lo spirito della moglie defunta. Questa storia mi è piaciuta. E’ stato un punto di partenza da thriller, fortemente hitchcockiano”.
“Non ho avuto bisogno di inventarmi la figura di un produttore – conclude l’autrice - la cui caduta fosse prevista: era già esistito. Bernard Natan, ricco produttore di origine romena, naturalizzato francese, veterano di guerra, partito da niente, che aveva rilevato la Pathé Cinema nel 1929, era stato vittima di una campagna antisemita che lo aveva costretto a dimettersi dalle sue funzioni, prima di essere destituito dalla sua nazionalità francese per poi essere consegnato dalle autorità a Auschwitz via Drancy”.
Assecondano i tre bravi protagonisti, Louis Garrel (l’attore Fernand Prouvé), anche nell’altro film francese in uscita, “Mal di pietre”; Amira Casar (Eva Said), Pierre Salvadori (André Servier), David Bennent (Juncker) e Damien Chapelle (Louis). Ottima ambientazione anni Trenta firmata dal direttore della fotografia Georges Lechaptois, dalla costumista Anais Romand, dalla scenografa Katia Wyszok, dal trucco e parrucco di Sarai Fiszel e Catherine Leblanc-Careas. Il montaggio è di Julien Lacheray e le musiche di Rob. José de Arcangelo (3 stelle su 5) Nelle sale italiane dal 13 aprile distribuito da Officine Ubu
HANNO DETTO “Natalie Portman risplende. Non c'è scena in questo film che non lasci a bocca aperta per gli splendidi costumi. Uno stupendo, trasognato dramma soprannaturale” THE GUARDIAN
“Al centro di questa affascinante pellicola, traboccante di poesia e belle immagini, si annida l'avventura della più grande fabbrica di sogni - il cinema” ELLE “Una superba opera cinematografica, all'altezza del talento delle protagoniste” ROLLING STONE
“Un dramma sofisticato e sensuale... ricco di immagini incantevoli e enigmatiche” SCREEN DAILY “Morbidi movimenti di camera, scenografie sontuose, una fotografia ricca, due straordinarie protagoniste” HOLLYWOOD REPORTER
“Accattivante, onirico, profondamente evocativo” CINEUROPA “Rebecca Zlotowski dirige una stella luminosa, Natalie Portman, travolgente dalla prima all'ultima inquadratura” MARIE CLAIRE

La tragedia delle madri dei foreign fighters, affrontata in modo convenzionale, in "Mothers" di Liana Marabini, con Christopher Lambert

Uno scottante tema attualità e il dilemma delle madri dei foreign fighters sono al centro di un film indipendente, raccontato dal punto di vista di una madre, scenegiato e diretto da Liana Marabini, ispiratasi a un fatto realmente accaduto. Semplicemente “Mothers”. Storia incrociata di due donne, la scrittrice vedova
Angela (Mara Gualandris) e l’impiegata marocchina Fatima (Margherita Remotti), completamente differenti per classe sociale, provenienza e religione, che si trovano accomunate da una tragedia: i loro figli Sean (Francesco Riva) e Taarik (Francesco Meola) – entrambi conosciutisi e arruolati all’università a Londra - hanno scelto la jihad e sono partiti per la Siria abbandonando tutti e tutto, abbracciando l’integralismo islamico e gettando nella disperazione le loro madri che, incontratesi in un gruppo in un gruppo di sostegno psicologico della dottoressa Diana Fortis (Victoria Zinny) diventano amiche.
Le due madri vivono una sorta di infernale odissea: vengono interrogate dalla polizia antiterrorismo, perdono il lavoro (ad Angela viene bloccata la pubblicazione del suo libro, Fatima viene licenziata), evitate da amici e parenti. Ma troveranno anche il sostegno di altri genitori nella stessa situazione, tutti in attesa che i loro figli possano rinsavire e tornare a casa. Però non sarà facile perché, mentre Taarik ha trovato quel che cercava e spera di diventare un martire, Sean
(orfano di padre inglese) deluso del trattamento riservato alle donne, delle ingiustizie e dal fatto che il ‘movimento’ faccia il traffico di droga per mantenersi e comprare armi, muobr frllr critiche al suo superiore. Infatti, nonostante si sia convertito all’Islam, il capo Omar afferma che non sarà mai un buon musulmano e gli promette di rimandarlo a casa, ma in realtà lo ha già condannato a morte. Peccato che il tutto venga raccontato in modo convenzionale e manicheo, più vicino alle fiction vecchio stile che al film destinato al grande schermo. Purtroppo, spesso non bastano le buone intenzioni e un tema
d’attualità importante per costruire un’opera che coinvolga pienamente lo spettatore. Anche perché fra retorica e pregiudizio, luoghi comuni e stereotipi, il film porta fuori strada il pubblico anziché indurlo alla riflessione, visto che tutto sembra poco credibile, anzi inverosimile. Un argomento così complesso andava approfondirlo anziché mostrato in modo superficiale, nonostante la tragica situazione raccontata, perché altrimenti si rischia di cadere nell’ambiguità e a riproporre il solito scontro tra ‘buoni e cattivi’, Oriente e Occidente.
Nel cast il redivivo Christopher Lambert (Sam, un israeliano che ha ucciso un terrorista prima di un attentato), che aveva già collaborato con la regista, così come Remo Girone (Eric, padre di una ragazza che si è unita ai ‘freedom fighters’) e la Zinny, Rupert Wynne James (padre Emmanuel) e Stefano Crosta (Omar, reclutatore capo dell’Isis). Direttore della fotografia Renato Alfarano, montaggio di Massimo Quaglia e musiche di Jean-Marie Benjamin. José de Arcangelo
Nelle sale The Space di tutta Italia dal 13 aprile distribuito da Liamar Multimedia

mercoledì 12 aprile 2017

L'uno nel corpo dell'altra ovvero Pierfrancesco Favino e Kasia Smutniak nella commedia "Moglie e Marito" dell'esordiente Simone Godano

Lo scambio d’identità, anzi d’anima, in commedia non è nuovo al cinema ma uno scambio totale di coppia, forse, viene messo in scena per la prima volta in “Moglie e Marito” dell’esordiente Simone Godano (il corto “Niente orchidee” e tanta tivù), sceneggiato da Giulia Steigerwalt e Carmen Danza (anche il soggetto è loro)
con la collaborazione di Daniele Grassetti. Però la lunga serie di ‘scambi’ d’identità – soprattutto a Hollywood e dintorni - era nata nel lontano 1976 con “Tutto accadde un venerdì” di Gary Nelson, dove una madre e la figlia adolescente si trovavano l’una nel corpo dell’altra; la stessa situazione era stata rivisitata poi in chiave maschile in “Viceversa” di Brian
Gilbert (1988), tra un padre e un figlio, sempre adolescente. Ma solo dopo “Nei panni di una bionda” di Blake Edwards (1991), ne era nato un vero e proprio filone mondiale fino a “Nei panni dell’altra” di Pip Karmel (1999), dove lo scambio avveniva fra due donne. “Moglie e marito” è, invece, una gradevole commedia leggera che sfrutta gli equivoci e i guai che può provocare uno ‘scambio’ del genere e di generi, ma in tono meno scoppiettante, per nulla sofisticato e con tempi comici non sempre vivaci e azzeccati, anzi.
Una buona fattura serve da cornice ad una commedia ambiziosa che però non mantiene tutto quel promette, anche se la coppia protagonista Kasia Smutniak e Pierfrancesco Favino se la cavano bene con la scambio di ruoli (generi), così lei diventa una sorta di maschiaccio nel seducente e affascinante ruolo del ‘marito’ e lui offre una sensibilità, un po’ sopra le righe, nei panni della ‘moglie’, sfiorando la macchietta dell’effeminato. Quasi che il femminile sia equivalente di mossette e moine e il maschile deva per forza essere rozzo e volgare.
Sofia e Andrea sembrano una coppia perfetta, anzi lo erano. Però, dopo dieci anni di matrimonio e due figli piccoli, pensano al divorzio. Infatti, all’inizio li vediamo in terapia di coppia sulla via della separazione. Ma, in seguito a un esperimento scientifico di Andrea, si ritrovano improvvisamente uno nel corpo dell’altra. Quindi, Andrea è Sofia e Sofia è Andrea. Senza via d’uscita possibile, almeno per il momento, e sperando in una soluzione, devono affrontare ognuno l’esistenza e la quotidianità dell’altro. Lei nei panni di lui, geniale neurochirurgo che porta avanti una ricerca sul cervello umano; lui nei panni di lei, ambiziosa conduttrice televisiva in ascesa.
“Ho sempre pensato – scrive il regista nelle note -, sin dalla prima lettura del copione, che l’elemento trainante e ‘sorprendente’ potesse essere quello di raccontare questa storia utilizzando un registro realistico, vicino ai personaggi, sincero”. “Allora – aggiunge – ho unito i diversi elementi, lasciando gli attori liberi di vivere questa esperienza, costruendo attorn
o a loro un mondo stratificato che raccontasse la loro vita non solo presente, ma anche passata. Trasformare quindi un film ‘supernatural’, in un film sulle relazioni, sulla crisi, sull’amore che muore e rinasce attraverso la scoperta dei punti di vista reciproci. In sostanza utilizzare il genere per creare una romantic comedy, così come faceva intelligentemente il testo”. Graffiante ma non troppo, “Moglie e Marito”, infatti, in filigrana ipotizza il fatto che, forse, l’unico
modo per capirsi fino in fondo sia vivere qualche giorno l’uno (maschio) nel corpo dell’altra (femmina) e viceversa. Peccato che il tutto abbia appena un velo di sottile ironia e, perché no, di genuino grottesco, dato che l’argomento offriva l’occasione di utilizzare entrambi al massimo. Dispiace perché la bella idea da screwball comedy non viene rivisitata in chiave da commedia all’italiana, e così facendo la storia anziché universale resta ‘local’. E tutto o quasi resta nelle mani, anzi nei ‘panni’ dei protagonisti, non ancora allenati nella commedia sentimental-brillante. Attorno a loro Valerio Aprea
(Michele, collega e amico di lui), Sebastian Dimulescu (Tommaso), Gaetano Bruno (Cristian), Francesca Agostini (Anna), Paola Calliari (Angelica), vista recentemente in “The Startup”; Marta Gastini (Maria) e Flavio Furno (Luca). Le musiche, mai ingombranti, sono di Andrea Farri, mentre la fotografia è di Michele D’Attanasio. Una coproduzione Warner Bros. Entertainment Italia, Picomedia e Groenlandia, prodotta da Matteo Rovere e Roberto Sessa. José de Arcangelo
(2 stelle su 5) Nelle sale italiane dal 12 aprile distribuito da Warner Bros. Pictures

venerdì 7 aprile 2017

Aki Kaurismaki torna con una nuova commedia surreale e ironica, graffiante e divertente, poetica e politica "L'altro volto della speranza"

Aki Kaurismaki è tornato, e sempre in grande forma. “L’altro volto della speranza” (The Other Side of Hope) è, ovviamente, una commedia tra favola e realtà, surreale e ironica, tenera e graffiante, divertente e
politica. Il suo è, sempre e comunque, un mix esplosivo, intenso e poetico, potente e attuale, toccante e corrosivo. Ad oltre sei anni da “Miracolo a Le Havre”, il regista finlandese – Orso d’argento per la Miglior Regia alla 67a. Berlinale - racconta le vicende incrociate di un rifugiato siriano appena sbarcato a Helsinki e di un
commesso viaggiatore finlandese con il pallino del gioco d’azzardo; attorniati da una variegata galleria umana di periferia, solidale e generosa. Infatti, Wikstrom (Sakari Kuosmanen, da “Leningrad Cowboys Go America” a “L’uomo senza passato”) è un rappresentante di camicie che, dopo aver lasciato la moglie e il lavoro, punta tutto su una partita a poker per cambiare vita. Khaled (Sherwan Haji) è un giovane rifugiato siriano, clandestino su una carboniera, che si ritrova a Helsinki quasi per caso, e anche lui spera di cambiar vita.
Le autorità però decidono che Khaled non ha proprio le condizioni del rifugiato e vorrebbero rispedirlo ad Aleppo ma, dopo essere stato picchiato da una banda di razzisti, incontra Wilkstrom che decide di aiutarlo. A questo punto, i due tentano di ricominciare con la gestione de ‘La Pinta Dorata’, un ristorante triste e ormai senza clienti, trasformandolo in un locale ‘sushi’ alla moda. E così un rifugiato, un commesso viaggiatore, un cuoco, una cameriera, un direttore di sala e un cane, tutti insieme, forse, riusciranno a trovare la strada giusta per il loro futuro.
Senza ricorrere ai classici ‘messaggi’ ed evitando ogni retorica, Kaurismaki affronta la situazione dell’Europa attuale con lucidità e intelligenza. Una società dove - per fortuna e contrariamente ai governi – esiste ancora la solidarietà e la speranza, dove non è tutto bianco o nero, e quindi non si tratta di ‘buoni e cattivi’ ma di uomini e donne che, nonostante le difficoltà e le barriere, cercano di sopravvivere insieme, al di là di pregiudizi e regole sbagliate, leggi ingiuste e falsi confini.
“Con questo film – scrive l’autore nelle note di regia -, cerco di fare del mio meglio per mandare in frantumi l’atteggiamento europeo di considerare i profughi o come delle vittime che meritano compassione o come degli arroganti immigrati clandestini a scopo economico che invadono le nostre società con il mero intento di rubarci il lavoro, la moglie, la casa e l’automobile”. E ci è riuscito benissimo raccontando – come dice lui stesso – “una storia onesta e venata di malinconia trainata dal senso dell’umorismo, ma per altri aspetti anche un film quasi realistico sui destini di certi esseri umani qui, oggi, in questo nostro mondo”.
Nel cast: Ilkka Koivula (Calamnius), Janne Hyytiainen (Nyrhinen), Nuppu Koivo (Mirja), Kaija Pakarinen (la moglie), Niroz Haji (Miriam), Simon Hussein-Al Bazoon (Mazdak), l’attrice feticcio Kati Outinen (da “La fiammiferaia” a “Miracolo a Le Havre”) e in un ruolo cameo del vecchio scrittore, produttore e regista svedese Jorn Donner (“Amare”, 1964). José de Arcangelo
(4 stelle su 5) Nelle sale italiane dal 6 aprile distribuito da Cinema HANNO DETTO “Diabolicamente divertente” (The Guardian) “Un umorismo secco, laconico” (Screendaily) “Una favola dolcemente tenera con un inequivocabile messaggio politico” (Sight and Sound) “Seducente, dolce e spesso molto divertente” (Indie Wire)
“Un mondo che sa di sigarette e vodka a buon mercato, ma l’odore che resta più a lungo è quello dell’empatia” (Hollywood Reporter) “Bellissimo, intenso e tagliente” (The Telegraph) “Una grazia contagiosa” (Corriere della Sera) “Tenero, buffo e personalissimo” (L’Unità)

giovedì 6 aprile 2017

Il 'sogno italiano' di un ragazzo romano approda sul grande schermo in "The Startup" diretto da Alessandro D'Alatri, con Andrea Arcangeli

Il vero ‘sogno italiano’ diventato realtà di un giovane romano è arrivato al cinema. “The Startup – Accendi il tuo futuro” di Alessandro D’Alatri racconta, infatti, il sogno di Matteo Achilli (un efficace Andrea Arcangeli), 18enne studente romano che, esasperato dall’ennesima ingiustizia subita (è stato fatto fuori da una gara di nuoto per far posto al figlio dello sponsor), inventa un social network che fa incontrare, in modo nuovo, domanda e offerta di lavoro.
Naturalmente, come spesso accade, all’inizio nessuno crede nel suo progetto e molti sono i falchi pronti ad approfittare di lui (si insinuano quelli che vorrebbero impossessarsi dell’idea), però grazie alla sua intraprendenza e accortezza, arriva la svolta: Matteo crea Egomnia (dal latino io/tutti) e si ritrova, da un giorno all’altro, al centro degli interessi del mondo che conta.
Da Roma a Milano (è stato ammesso alla Bocconi), dalla borgata Corviale ai salotti milanesi (la direttrice della rivista universitaria lo introduce nell’ambiente giusto), in pochissimo tempo Matteo acquista popolarità e soldi. La sua faccia è sulle prime pagine (dai quotidiani italiani al Washington Post) e la sua startup conta migliaia di iscritti (nel primo mese arrivano a 10mila; nel 2014 conta più di 100mila e più di 500 aziende importanti). Ma si sa, il mondo del successo è una giungla in cui sei preda o predatore, e c’è
sempre un prezzo da pagare: la famiglia (suo padre non è un professionista, lo sostiene ma non ha le conoscenze giuste), l’amicizia, l’amore (la sua ragazza, ballerina dell’Accademia di Roma, non può seguirlo). A quel punto, toccherà a Matteo scegliere la cosa giusta e capirà che niente al mondo vale il prezzo di perdere se stessi e che Egomnia è nata per far prevalere la sostanza sulla forma, senza perdere di vista le proprie radici.
Da un soggetto di Francesco Arlanch e Saverio D’Ercole, ispirato alla vera storia di Achilli, e sceneggiato da Arlanch e D’Alatri, un film su un giovane in una società dove il ‘merito’ non è riconosciuto, visto che proprio a questo si ispira la sua invenzione. “Un ragazzo cresciuto nella periferia romana – afferma il regista -, figlio di oneste e semplici persone, nel passaggio tra la maturità scientifica e l’università si rende conto di quanta ingiustizia ci sia nel
mancato riconoscimento del merito. Decide di fare qualcosa. Senza altri aiuti se non quelli della sua famiglia, e con entusiasmo e coraggio inventa un nuovo ‘social’ che valuta ed evidenzia il merito di chi cerca lavoro. Quel giovane esiste e si chiama Matteo Achilli”. “Questo è quanto trovai leggendo la prima stesura di ‘The Startup’ – prosegue – Come non appassionarsi? Pochi giorni dopo lo incontrai: un ragazzo che da allora, sono passati due anni, non ho mai sentito piangersi addosso e che mi ha sempre raccontato come le difficoltà e gli ostacoli siano stati per lui solo
delle sfide”. “Non avevo ancora mai realizzato un film ‘di regia’ – conclude l’autore – e questa era una mia sfida. E’ così che è nata questa bellissima avventura”. Merito del regista è quello di raccontare una storia vera, senza retorica né orpelli né cadute di tono, una storia straordinaria in un quotidiano ordinario, semplice e credibile, dove spesso i meriti non vengono riconosciuti, ma comunque sfruttati da o per altri.
“Matteo Achilli, il protagonista del nostro film – dichiara il produttore Luca Barbareschi -, esiste davvero. Oggi ha 24 anni (presente alla conferenza stampa ndr.), ma l’idea che ha rivoluzionato la sua vita l’ha avuta a 18 anni, quando era in V liceo. E’ un ragazzo romano che vive in borgata. Non è un genio. E, a dirla tutta, non si è ancora laureato. Un ragazzo come tanti quindi. Un ragazzo che però si è inventato un lavoro”.
Nel cast, oltre ad Arcangeli, le giovani in ascesa Matilde Gioli (Cecilia, direttrice della rivista), Paola Calliari (Emma, la fidanzata), Luca Di Giovanni (Giuseppe Iacobucci), Matteo Leoni (Valerio Maffeis), Matteo Vignati (Leonardo Ramelli), Guglielmo Poggi (Niccolò Pescucci), Lidia Vitale (Monica, la madre), Thomas Peyretti (Max), Federigo Ceci (allenatore), Loris Loddi (Italo Storti) e con Massimiliano Gallo (Armando, il padre). La fotografia è di Ferran Paredes Rubio, il montaggio di Valentina Mariani e le musiche originali di Pivio & Aldo De Scalzi. José de Arcangelo (3 stelle su 5) Nelle sale italiane dal 6 aprile presentato da O1 Distribution
IL DISCORSO DI MATTEO ACHILLI ALLA BOCCONI “Oggi qui dentro siamo tutti compagni. Magari anche amici. Ma domani, là fuori, non sarà così. Io vorrò il vostro posto e voi il mio. Stagista, collaboratore a progetto, amministratore delegato, dirigente… Non fa differenza. Perché ci sarà solo un posto. E saremo l’uno contro l’altro. A quel punto che succede? A chi toccherà quel posto? Io mi auguro che quel posto sia assegnato in base ad una sola cosa… Il merito! Un merito certo, oggettivo, imparziale. Che possa essere calcolato matematicamente. E’ esattamente per questo che sto creando Egomnia…”