mercoledì 7 giugno 2017

Dopo tante vicissitudini produttive arriva nei cinema la commedia corale 'terapeutica alla spagnola' di Anna Di Francisca "Due uomini, quattro donne e una mucca depressa"

Arriva nelle sale italiane il film di Anna Di Francisca, “Due uomini, quattro donne e una mucca depressa, una co-produzione Italia-Spagna realizzata tempo fa – era stato presentato al Torino Film Festival - che, per problemi con la produzione italiana (prima, durante e dopo), ha dovuto ‘aspettare’ a lungo per avere una
degna uscita. E’ una commedia corale ‘alla spagnola’ che recupera quel gusto della comicità e dell’ironia, quasi favolistica, sulla provincia e conta su un cast maggiormente iberico di tutto rispetto, attori e attrici anche famosi non solo in patria che, secondo la regista, si sono comportati da veri professionisti senza altra pretesa che il lavoro. Infatti, nel cast c’è anche l’argentino Héctor Alterio, protagonista – non solo – de “La storia ufficiale”, premio Oscar per il Miglior Film Straniero, e all’epoca della
dittatura, esiliato in Europa ma attivo fra Spagna e Italia, appunto. “Manojlovic l’ho avuto sempre in testa – confessa la regista -, ma non volevo un italiano, ci sono tanti, ma lui si prestava al personaggio ed ha aderito subito. Per le donne avevo prima pensato a Carmen Maura, ci siamo anche incontrate, ma poi non è stato possibile. Con Maribel (Verdù), l’approccio è stato facile e fruttuoso”. Edoardo (il serbo Miki Manojlovic, già attore feticcio per Emir Kusturica), compositore in crisi affettiva e
creativa, si prende un periodo sabbatico e si rifugia in un’allegra cittadina del sud della Spagna, dove abita il suo amico Emilio. Arrivato a destinazione, è un uomo cinico, rompiscatole, stufo di se stesso e demotivato, incapace di scrivere musica in cui si riconosca. L’impatto con quel piccolo paese, le sue donne, i suoi colori e sapori lo fa aprire di nuovo alla vita e alle emozioni, e – grazie allo sgangherato coro polifonico della parrocchia locale – ritrova l’energia anche per dirigerlo e comporre di nuovo la ‘sua’ musica. E come le quattro donne del coro, anche Edoardo compie un suo percorso di cambiamento. Una sorta di
scambio ‘terapeutico’, che si attua soprattutto grazie al potere comunicativo della musica, che farà passare la depressione persino alla mucca del suo amico. “Il soggetto è mio – afferma l’autrice – ma poi agli sceneggiatori (Giuseppe Furno, Valentina Capecci) ho dovuto affiancare lo spagnolo Javier Muñoz (il film, ovviamente, è stato girato in spagnolo ndr.), ma il punto di vista è il mio. Mi piace il microcosmo legato ai piccoli paesi, come in un acquario vengono fuori vizi, virtù e desideri. In Spagna ho avuto maggior libertà creativa, ma l’ho pagata carissimo (da noi ndr.),
perché non piacciono i progetti di commedie corali sofisticate, tanto meno con attrici sopra i 40. Vorrei fare una commedia europea perché credo sia quello che funziona in Francia e Inghilterra”. Divertente e garbato, sensuale e solare, il film coinvolge e incuriosisce anche quando il confronto città-provincia (il musicista lascia Roma per un ‘piccolo mondo’ spagnolo), intellettuale-popolo, può apparire non originale. Ma l’atmosfera e il tocco della Di Francisca è piacevole e affettuoso verso i suoi personaggi, di cui non nasconde vizi né difetti.
“La metodicità, l’ordine, l’efficienza – dice l’autrice de “La bruttina stagionata”, “Fate un bel sorriso” e “Il mondo i Mad”- di una piccola cittadina dai colori forti, con la terra rossa, i cieli tersi, la sua piazza diventano la scenografia ideale per raccontare questo piccolo mondo perfetto, ma che si può facilmente sgretolare. La vivacità di queste donne, così terrene e reali, dà verità ai personaggi, in cui non è difficile immedesimarsi. La musica gli fa da contrappunto. ‘Due uomini, quattro donne e una mucca depressa’ vuol essere anche questo: uno sguardo tenero e insieme sarcastico su un universo femminile, ma non
solo, desideroso di cambiamenti e di solarità, che trova anche nel canto la forza e l’energia di ribellarsi alle avversità”. Infatti, è questo che conquista lo spettatore, visto che spesso le commedie del genere finiscono per cadere nelle macchiette o esaltano più vizi che virtù dei personaggi, tra l’altro nemmeno amati dagli stessi registi. Per gustarla meglio la pellicola andrebbe vista in spagnolo, dato che anche il protagonista e gli attori italiani recitano nella lingua di Cervantes, e i dialoghi ‘tradotti’ diventano meno graffianti. E poi
c’è una costante presenza degli animali, persino delle belle cicogne che fanno nido nei posti più impensati, tipo le antenne tivù, che ci hanno ricordato la commedia (ancora sotto il franchismo) “Addio Cicogna addio” di Manuel Summers (1971), soprattutto per l’atmosfera e l’affiatato cast, non certo per la storia e il tono. L’autrice ora ha diversi progetti, sempre commedie corali ambientate in un piccolo paese, magari in Emilia o in Umbria, ma probabilmente si deciderà sul Meridione. Comunque non vuole precisare per scaramanzia. Nella commedia, otre a Manojlovic, recitano la star internazionale Maribel Verdù (Julia), da “Y tu mamà
también” a “Se permetti non parlarmi di bambini”; Eduard Fernàndez (Emilio), da “La pelle che abito” di Almodovar a “La notte che mia madre ammazzò mio padre” e adesso nel remake spagnolo di “Perfetti sconosciuti”; Laia Marull (Victoria), Carmen Mangue, Hector Alterio (generale), Gloria Muñoz (Manuela), con la partecipazione di Antonio Resines (presentatore), gli italiani Ana Caterina Morariu (Marta), rumena di nascita; Manuela Mandracchia (Sara) e con Serena Grandi (Irma) e Neri Marcorè (Carlos, il barbiere). José de Arcangelo
(2 ½ stelle su 5) Nelle sale italiane dal 8 giugno distribuito da Mariposa Cinematografica

giovedì 1 giugno 2017

Nemmeno "Baywatch" è quella di una volta, nonostante le bellezze al bagno e la coppia Dwayne-Efrom è tutta azione

Delude sicuramente i fan del popolare e amato serial anni Novanta perché di “Baywatch” c’è solo la cornice, infatti, il film è una commedia simil demenziale tutta azione, dove di veri salvataggi ce n’è uno – spettacolare - all’inizio, il resto è una sorta di ‘Buddy Buddy’ parodistico tra Dwayne Johnson e Zac Efron,
nemici-amici. La comicità è ‘letteralmente’ del c…., e non è un battuta perché almeno due scene ce l’hanno come ‘protagonista’ assoluta, prima sulla spiaggia (un’erezione improvvisa della nuova recluta senza il fisico del ruolo ma dotato di tanta buona volontà (non solo); la seconda in obitorio con un membro ‘morto’ in bella vista, oggetto dell’altrettanto improvvisata autopsia su un morto ammazzato che invece si vuol far passar per morte incidentale.
Mitch Buchannon (Johnson), impegnato a selezionare e addestrare le nuove reclute della squadra bagnini, si scontra con il neo arrivato Matt Brody (Efron), ex nuotatore olimpico (ha vinto due medaglia d’oro) caduto in disgrazia e non abituato a fare squadra, appunto. E trascina aspiranti e bagnini nelle indagini sulla bella ed esotica Victoria Leeds (Priyanka Chopra), proprietaria dell’Hartley Club, sospettata di usare il locale per il traffico di una nuova droga sintetica e decisa ad impossessarsi dell’intera baia, scontrandosi ancora non solo con il capitano, ma anche la polizia per delle morti sospette.
Certo, Johnson – ex The Rock - ed Efron capeggiano anche con autoironia il cast della pellicola che porta per la prima volta sul grande schermo i bagnini più sexy d’America (quelli di allora lo erano veramente e molti di più), diventati vere e proprie icone degli anni '90 grazie alla fortunata serie televisiva – camp e cult – di cui erano protagonisti David Hasselhoff e Pamela Anderson - entrambi in ruolo cameo -, ma delle relazioni e gli amori tra i componenti del gruppo non c’è quasi niente e le vere scene in/da spiaggia sono contate.
E nemmeno il regista della gustosa commedia “Come ammazzare il capo… e vivere felici”, Seth Gordon, sembra davvero a suo agio, anche perché non lo aiuta l’esile e prevedibile sceneggiatura di Michael Berk & Douglas Schwartz, ispirata allo spunto e personaggi creati da Jay Scherick, David Ronn, Thomas Lennon e Robert Ben Garant. Probabilmente piacerà alla nuova generazione di adolescenti ma il tutto sa di dejà vu banalmente aggiornato e (s)corretto. Peccato che alla fine non riesca nemmeno ad essere una vera e propria parodia.
“Baywatch” vede la partecipazione anche delle bellezze al bagno – ma più spesso in abito da sera - Alexandra Daddario (Summer Quinn), Kelly Rohrbach (CJ Parker) e Ilfenesh Adera (Stephanie Holden), assecondate da John Bass (Ronnie Greenbaun, la recluta superdotata), Yahya Abdul Matten II (sergente Ellerbee), Hannibal Bures (Dave ‘The Tech”), Rob Huebel (capitano Thorpe), Amin Joseph (Frankie), Jack Kesy (Leon) e Oscar Nuñez (consigliere). José de Arcangelo
(1 ½ stelle su 5) Nelle sale italiane dal 1° giugno distribuito da Universal International Pictures Italia

Ecco "Wonder Woman" mitica guerriera i cui superpoteri sono potenza e grazia, saggezza e meraviglia, con Gal Gadot

Un bell’esordio sul grande schermo per “Wonder Woman”, non solo perché si tratta della sua prima volta al cinema (negli anni Settanta c’è stata un serie tv con Lynda Carter e poi un’altra d’animazione), ma
soprattutto perché si discosta dalle solite (troppe) trasposizioni cinematografiche dei supereroi dei fumetti – sia Marvel che DC - riportando in grande stile l’avventura d’altri tempi attraverso la mitologia classica e la storia dell’umanità. Infatti, si parte alla ricerca delle origini dell’eroina, Diana, principessa delle Amazzoni, figlia di
Ipolita (Connie Neilsen) e nipote di Antiope (Robin Wright), cresciuta nella remota – ma ovviamente in un luogo imprecisato dell’Europa – isola di Themyscire, e addestrata a diventare un’invincibile guerriera dalla zia, contro il parere di sua madre, la regina. Un giorno però precipita al largo dell’isola il pilota americano Steve Trevor (Chris Pine) e racconta di un grande conflitto scoppiato nel mondo degli uomini. Diana (Gal Gadot, già Miss Israel, non ha il fisico ma anche l’anima del ruolo), convinta che si tratti di
uno stratagemma di Ares – il super dio della guerra – decide di lasciare la casa in compagnia di Steve per porre fine alla minaccia contro il genere umano. E, catapultata nella Londra della Grande Guerra, non solo scoprirà con meraviglia il nostro mondo nel 1918, ma combatterà a fianco dell’uomo in una guerra che metta fine a tutte le guerre, scoprendo tanto i suoi poteri quanto il suo vero destino.
Dal personaggio creato da William Moulton Marston per DC Comics e da una storia di Zack Snyder & Allan Heinberg e Jason Fuchs, “Wonder Woman” è stato sceneggiato dallo stesso Heinberg con l’ironia e la fantasia giusta, recuperando il sottile femminismo dell’originale che la regista Patty Jenkins (da “Monster” al televisivo “The Killing”) ha riportato sullo schermo con il tono giusto – oltre al punto di vista femminile -, senza retorica né eccessi di azione (che per forza c’è) e usando gli effetti speciali digitali in modo
azzeccato E, come di consueto, il pirotecnico finale, è più misurato del solito. Se tutto funziona e non stona è proprio perché regista e sceneggiatori sono fedeli fan del famoso personaggio. Wonder Woman/Diana – concentrato di potenza e grazia, ingenuità e saggezza, giustizia e libertà – rievoca le qualità ispiratrici intrinseche di una delle più grandi supereroine (ancora e sempre in minoranza rispetto ai supereroi machi) di tutti i tempi, celebre in tutto il mondo, simbolo globale di forza ed uguaglianza da
oltre 75 anni – che non si sentono -, doppio femminile ideale di “Superman”. L’unico cosa che è stata cambiata è l’ambientazione moderna che, anziché nella Seconda Guerra Mondiale quando è nato il fumetto, si svolge alla fine della Prima. “Era assolutamente il momento propizio – dice la Jenkins -, per offrire la storia di Wonder Woman al pubblico cinematografico. I fan aspettavano questo momento da tanto tempo, ma sono convinta che la storia appassionerà anche chi non è propriamente un seguace di Wonder Woman. I supereroi hanno fatto parte della
vita di molti di noi; è quelloa specie di fantasia che ci fa dire ‘Come sarebbe se io fossi così potente e invincibile e se io potessi vivere un’esperienza così eccitante e compiere azioni eroiche?” Nel cast ci sono anche ‘i cattivi di turno’ Danny Huston (Ludendorff), da “X-Men: le origini” ad “American Horror Story”, non solo; e la spagnola Elena Anaya (Dottoressa Maru), già protagonista di “La pelle che
abito” di Pedro Almodovar; David Thewlis (Sir Patrick), dalla saga di “Harry Potter” alla più recente versione di “Macbeth”, per ricordare solo gli ultimi; Ewan Bremner (Charlie), i due “Trainspotting”; il francese Said Taghmaoui (da “L’odio” a “Lost”); Lucy Davis (Etta), da “L'alba dei morti dementi” (Shaun of the Dead) a “The Office” in tv; Eugene Brave Rock (Capo), nativo della Blackfoot Confederacy. Le musiche sono di Rupert Gregson-Williams, da "Hotel Rwanda" a "La battaglia di Hacksaw Ridge". José de Arcangelo
(3 stelle su 5) Nelle sale italiane dall’1 giugno distribuito da Warner Bros. Pictures

giovedì 25 maggio 2017

Remake 'romano' per la commedia sentimentale israeliana omonima "2night" di Ivan Silvestrini con Matilde Gioli e Matteo Martari

E’ nelle sale italiane l’opera seconda “2night” di Ivan Silvestrini – rifacimento italiano del film israeliano - con Matilde Gioli (premiatissima esordiente ne “Il capitale umano”) e Matteo Martari (“La felicità è un sistema complesso”), e l’amichevole partecipazione di Giulio Beranek. Ma è già pronto per l’uscita il successivo film del regista, “Monolith”, presentato in anteprima al Trieste Science + Fiction
Festival. Infatti, “2night” - presentato in anteprima nella sezione Panorama di “Alice nella Città”, nell’ambito della Festa del Cinema 2016, e al MovieMav di Manila -, era pronto da due anni perché girato nel 2015. Una
commedia sentimentale contemporanea (doveva uscire per San Valentino) ovvero un ‘dramedy’ in bilico fra Eric Rohmer (“La mia notte con Maud”, senza discorsi filosofici, ma non solo) e il Richard Linklater della trilogia “Prima dell’alba”, “Prima del tramonto” e “Before Midnight”, 1995-2013) e, se non è proprio originale, respira non solo l’atmosfera notturna di una Roma quasi inedita ma anche l’animo dei trentenni di oggi, coetanei del regista. Sabato notte a Roma. Due giovani sconosciuti si incontrano e si piacciono in discoteca. Nelle loro
intenzioni solo sesso, come tante altre volte. Ma c’è il traffico del sabato sera, e spostandosi in macchina verso casa di lei, la conversazione si dilunga e passa attraverso diversi stati emotivi. All’inizio diffidente pian piano diventa provocatorio, spregiudicato finché le maschere cadono, scoprendo un’intimità che li costringerà a cambiare il loro programma. E, forse, la loro esistenza. Tratto dal soggetto originale di Roi Werner e Yaron Brovinsky, adattato per l’Italia da Antonio Manca, Antonella Lattanzi e Marco Daniele, il film è pressoché tutto ambientato in esterni, anzi in macchina,
dentro e furoi, perché come ha dichiarato Silvestrini “è un mezzo con cui ci relazioniamo tutti, uno strumento di avventura e pericolo”. E, se “2night” non uguaglia i riferimenti alti, si mantiene sui livelli dell’originale, anzi in questo caso Roma – al contrario di Tel Aviv diventa la terza protagonista, offrendo al film un’atmosfera quasi magica. E, dal punto di vista visivo (inquadrature e riprese), non ha niente da invidiare ai classici del genere “una coppia in un’intera notte”. Unica pecca, forse e come al solito, sono i dialoghi non sempre azzeccate e verosimili.
“2night” è stata per me – scrive l’autore nelle note - l’occasione di raccontare con cruda delicatezza i pensieri, i dubbi e le paure dei trentenni occidentali di oggi. Una donna e un uomo moderni che in una notte, che sembra quasi una vita intera, abbandonano le maschere e giocano la partita dei loro destini. Una donna che non ha paura del desiderio e vive la sessualità liberamente, e un uomo che di fronte a quella che è quasi un’incarnazione delle sue fantasie, si trova privato del suo ruolo e non sa dove mettere le mani. Ci sono due persone e c’è la mia città, Roma, che diventa rappresentazione materica del loro tortuoso ma inarrestabile avvicinamento”.
“L’architettura ha il suo ordine, rigido per quanto movimentato, e in questo scenario si muovono le due figure irregolari e liquide dei protagonisti, in un inseguimento continuo che cerca di bruciare tutte le tappe in una sola notte… e la città li sta a guardare. Entrando in quella macchina con i due protagonisti diventiamo spettatori invisibili di un’intimità, possiamo ritrovarci nell’uno o nell’altra e chiederci perché e cosa ci fa sentire coinvolti nell’avventura di questa notte, l’avventura di 2night”. José de Arcangelo
(2 ½ stelle su 5) Nelle sale italiane dal 25 maggio distribuito da Bolero Film

venerdì 19 maggio 2017

Dal bestseller dell'olandese Herman Koch, la terza versione cinematografica di "The Dinner" firmata Over Moverman con Richard Gere

Tratto dallo stesso bestseller internazionale “La cena” di Herman Koch - che aveva ispirato, subito una trasposizione olandese del connazionale Menno Meyjes, poi “I nostri ragazzi” di Ivano De Matteo -, ecco la versione americana “The Dinner” dell’israeliano (residente a New York) Over Moverman con Richard Gere, Laura Linney, Rebecca Hall e Steve Coogan, popolarissimo ‘comico’ televisivo, ma anche cinematografico (da “Una
notte al museo” a “Tropic Thunder”), che qui offre una grande prova drammatica. Il Film appartiene, come ormai tutti sanno, al classico tema ‘gioco al massacro’ famigliare a causa di un terribile fatto commesso dai figli, in un inquietante mix di dramma (esistenziale) e commedia, satira (socio-politica) e thriller da camera. Stan Lohman (Gere), senatore in corsa per la carica di governatore, accompagnato dalla seconda moglie, la
giovane Katelyn (Hall), invita a cena in uno dei ristoranti più esclusivi della città suo fratello minore Paul (Coogan), professore in crisi, e la diplomatica moglie Claire (Linney). E, ovviamente, quella che sembra essere una normale riunione familiare, si rivela invece l’occasione per discutere dell’orribile omicidio commesso dai rispettivi figli e ancora impunito. I quattro genitori si trovano di fronte a un doloroso dilemma morale: proteggere i proprio ragazzi ad ogni costo nascondendo la verità o agire secondo regole e giustizia e denunciarli? Un dilemma affrontato dal
cinema già diverse volte negli ultimi anni – fra cene e misfatti gravi e meno gravi commessi dai figli -, dal capostipite “Carnage” a “Il capitale umano” e il sopra citato film di De Matteo. Stavolta, tra una portata e l’altra, si scoprono i veri volti dei quattro protagonisti, mettendo in risalto ancora una volta la ferocia e l’egoismo che si celano nell’animo umano, ovvero il lato oscuro e selvaggio che i più cercano di tenere a bada, spesso ben nascosto sotto la superficie delle convenzioni sociali e delle apparenze borghesi.
“Non era solo questione di adattare gli aspetti fisici dell’ambientazione originale ma piuttosto gli aspetti emotivi cercando analogie con il contesto americano. Inoltre ho voluto trasformare quello che inizialmente avevo ritenuto un romanzo satirico in una storia drammatica (come ha fatto De Matteo ndr.) con significati più profondi”. E, facendo come il regista italiano, Moverman fa riemergere ricordi e flashback che rimandano alla vicenda dei figli, allora e oggi, perché una delle cause è, forse, che non li hanno seguiti e/o protetti nel modo
giusto. Ma qual è il modo giusto? Quindi, un discreto dramma contemporaneo, su su una riflessione universale come quello del rapporto genitori-figli, e soprattutto sull’educazione morale, civile e sociale, che va (deve) di pari passo con la crescita. Inoltre, come sottofondo, “The Dinner” vanta ben 66 brani musicali nella colonna sonora, scelti dal produttore musicale Hal Willner insieme al regista, che vanno da Bob Dylan a Philip Glass, da Leonard Cohen a Firewater.
Nel cast anche Chloe Sevigny (Barbara Lohman), Adepero Oduye (Nina), Michael Chernus (Dylan Heinz), Charlie Plummer (Michael Lohman), Taylor Rae Almonte (Kamryn Velez), Joel Bissonnette (Antonio). La fotografia è firmata Bobby Bukowski e il montaggio Alex Hall. José de Arcangelo
(2 ½ stelle su 5) Nelle sale italiane dal 18 maggio 2017 distribuito da Videa

giovedì 18 maggio 2017

Un thriller mozzafiato che pian piano diventa horror distruggendo luoghi comuni e stereotipi: "Get Out - Scappa" dell'esordiente Jordan Peele

Una vera sorpresa questo thriller orrorifico che segna l’esordio nella regia dell’attore comico statunitense Jordan Peele (volto noto soprattutto della tivù americana), che l’ha sceneggiato e diretto tenendo d’occhio
e in mente i capolavori del genere, sì perché “Get Out - Scappa!”, ha tanti riferimenti alti, dai classici (“Ho camminato con uno zombie” di Jacques Tourneur) a quelli degli ultimi quarant’anni (da Joe Dante a George A. Romero, da Brian Yuzna e Stuart Gordon), magari inconsci che però riaffiorano pian piano per trasformarsi in veri omaggi, anziché semplici citazioni.
Infatti, parte proprio da luoghi comuni e stereotipi ma per ribaltarli con ironia, suspense e tensione, alta tensione, in un thriller che diventa horror senza mai cadere nello splatter ne nemmeno il prevedibile. Ed è davvero inquietante, oltretutto perché dubbi e sospetti non sono mai senza fondamento. Non a caso lo spunto iniziale ricorda “Indovina chi viene a cena”, ma qui non tutto è come sembra, anzi niente. Senza dar retta ai consigli del suo caro amico, Chris (l’anglo-africano Daniel Kaluuya), giovane fotografo e
artista afroamericano newyorkese, gli affida il suo cane e decide di recarsi dai genitori della sua fidanzata bianca Rose (Allison Williams), per un weekend fuori città nella loro residenza. I genitori della ragazza Missy (la rediviva Catherine Keener) e Deab (Bradley Whitford) e il fratello Jeremy (Caleb Landry Jones), nonostante le aspettative, si mostrano subito gentili e accoglienti. Però, forse, cercano di nascondere l'imbarazzo dall’essere del tutto all’oscuro del rapporto interraziale della figlia. Ma certi
atteggiamenti e scoperte sempre più inquietanti, soprattutto riguardo gli enigmatici domestici afroamericani, la cameriera Georgina (Betty Gabriel) e il giardiniere Walter (Marcus Henderson), non fanno altro che creare sospetti e dubbi nello spaesato Chris… Meglio non rivelare altro per non rovinarvi la sorpresa, anzi le sorprese di questo originale e inquietante thriller mozzafiato, ma se amate il genere scoprirete anche degli ‘omaggi’ ai maestri Hitchcock e Polanski,
così come ai ‘sofisticated horror’ anni Settanta (in primis “La fabbrica delle mogli” rifatto qualche anno fa). Inoltre il cast – al contrario di quanto accade spesso - è ottimo, dai protagonisti ai caratteristi. Reduce da un grande successo di pubblico e critica in patria – dove è già stato considerato il “miglior horror del decennio” -, “Get Out” non delude e conferma il vecchio detto “Fidarsi è bene, non fidarsi è
meglio”, soprattutto per quanto riguarda potere e razzismo, sfruttamento e politica, ipocrisia e pregiudizio. E questo piccolo gioiello del genere non poteva che essere prodotto dalla Blumhouse dell’attivissimo e lungimirante Jason Blum, un produttore che ha fatto del low budget (5milioni di dollari) sinonimo di qualità nel genere e per il genere. Buon Horror a tutti! José de Arcangelo
(4 stelle su 5) Nelle sale italiane dal 18 maggio distribuito da Universal International Pictures Italia

giovedì 11 maggio 2017

"On the Milky Road" di Emir Kusturica arriva nei cinema, con una carica esplosiva di idee e fantasia. Una favola moderna tra amore e guerra, uomo e natura, metafore e simboli

Emir Kusturica racconta ancora una volta una favola balcanica in una miriade di idee e di invenzioni, di metafore e simboli, miti e tradizioni, tra realtà e sogno (incubo?), autobiografia e storia. “On the Milky
Road” (Sulla via Lattea) – in concorso al 73° Festival di Venezia – è un’opera, girata quasi interamente in esterni, traboccante di riferimenti e citazioni ma, forse, vista attraverso lo sguardo (l’obiettivo) dell’esperienza che diventa saggezza. Un’avventura diventata lunga tre anni, di cui l’autore confessa: “E’ una favola moderna, ed è stato emozionante dirigerla. Ho scoperto la bellezza, ma anche mondi profondamente umani”.
Un’esperienza totale che – prosegue Kusturica – “trae spunto da diversi aspetti della mia vita. Se dovessi tracciare un paragone tra il mio cinema di ieri e quello di oggi, direi che oggi tendo a guardare di più alle origini. In altri momenti della mia vita, il cinema esisteva in un dialogo con le altre arti: letteratura, pittura e così via. Questa volta, invece, mi interessava soprattutto concentrarmi sulla purezza del linguaggio cinematografico in sé”. E la storia si ispira a diversi fatti realmente accaduti, come la vicenda del protagonista (raccontatagli a
Mosca), ma anche quella della donna italiana (in Croazia), e il terzo di un uomo sopravvissuto in un campo minato mandando avanti la mandria di pecore (durante il conflitto). Primavera durante la Guerra nell’ex Jugoslavia. Ogni giorno un uomo, Kosta (lo stesso Kusturica) trasporta il latte e attraversa il fronte cavalcando il suo asino, schivando pallottole, per portare il suo prezioso carico ai soldati. Benedetto dalla fortuna nella sua missione, amato da una giovane del paese, Milena (la sorprendente Sloboda Micalovic), tutto fa pensare che un futuro di pace lo stia aspettando… finché un giorno l’arrivo di una
misteriosa donna italiana (un’inedita Monica Bellucci, alla sua migliore prestazione) – destinata a sposare il fratello di Milena, Zaga Bojovic (il fedele Miki Manojlovic), eroe di guerra -, non sconvolgerà completamente la sua vita… e quella degli altri. Come una cassa di Pandora, l’amore proibito fra i due, svelerà una serie di situazioni e di avventure fantastiche e al tempo stesso pericolose. Ma ai due, che si sono incontrati quasi per caso, sembra che niente e nessuno sia in grado di fermarli.
Amore e guerra, animali e soldati, natura (maestosa) e umanità (brutale), devozione e sacrificio sono protagonisti e argomenti di una pellicola ora onirica ora realistica (sempre secondo Kusturica) ora caotica, ma non priva di scene da antologia, né di personaggi grotteschi. Un mix esplosivo che mette a confronto l’innocenza degli animali (un falco pellegrino che diventa suo fedele amico, un serpente che beve il latte, noto antidoto ai veleni, un orso ferito) e la colpevolezza degli uomini (la guerra, la tortura, la costrizione).
“Durante le riprese – confessa l’autore -, la mia vita ruotava completamente intorno al film (che a sua volta sembra ruotare intorno ai protagonisti ndr.). Il mio approccio alla regia era in linea con la mia filosofia, col mio rapporto con la natura e con quello che la gente pensa veramente della vita. “Sulla Via Lattea” non sarà all’altezza dei suoi capolavori – dall’opera prima “Ti ricordi di Dolly Bell?”, Leone d’oro a Venezia, a “Papà è in viaggio d’affari”, Palma d’Oro a Cannes; da “Arizona Dream” (Il valzer del pesce freccia), Gran Premio della Giuria a Berlino, a “Gatto nero, gatto bianco”, Leone d’Argento a
Venezia – ma ci porta comunque in un suggestivo e visionario viaggio in compagnia di “un uomo e una donna che si innamorano e sono pronti a sacrificarsi, dentro la natura”. E a proposito della bellezza, di cui nel film la protagonista dice: “la bellezza mi ha causato solo dolore”, Monica Bellucci conferma che in parte è una condanna, anche se lei l’ha vissuta sempre come un dono: “A volte, però, provoca curiosità e la gente ha voglia di distruggerla, un male che passa col tempo. Per ‘Irreversible’ avevo chiesto al regista Gaspar Noè perché avesse scelto proprio me, e mi rispose: per far
vedere la violenza con cui, certe volte, alcuni uomini vogliono prendere e distruggere la bellezza. Ma Emir parla della bellezza che si porta dietro il dolore con leggerezza e poesia. Parla d’amore – tra adulti che raramente viene affrontato dal cinema - raccontando la guerra, ha mescolato dolce e amaro. La vita, del resto, è fatta di questi contrasti”. Monica nel film canticchia ‘La più bella del mondo’, una canzone di cui il regista ricordava solo le note e le chiese, come fa?, e visto che lei ricordava anche le parole... José de Arcangelo
(3 ½ stelle su 5) Nelle sale italiane dall’11 maggio (2017) distribuito da Europictures in 30 copie