giovedì 16 novembre 2017

Tre fratelli e una sorella con una villa da vendere e un padre in coma in "La casa di famiglia" di Augusto Fornari

Una gradevole commedia brillante-sentimentale intorno a “La casa di famiglia”, nell’opera prima dell’attore-regista teatrale – ma anche cinema e soprattutto tivù - Augusto Fornari con un cast di saranno (più) famosi
all’italiana, ovvero Lino Guanciale, Stefano Fresi, Libero De Rienzo, Matilde Gioli e il grande Luigi Diberti. Tre fratelli e una sorella cresciuti in ricchezza in una bella villa di famiglia in campagna che,
ovviamente, non potrebbero essere più diversi l’uno dall’altro. E per aiutare Alex (Guanciale), in grave difficoltà economica, sono costretti a scegliere l’unica soluzione possibile: vendere la casa paterna, dato che ormai il padre Sergio (Diberti) è in coma da molti anni. Infatti, nessuno poteva nemmeno immaginare che, il giorno dopo la firma dal notaio, l’anziano si sarebbe
risvegliato. Il medico però è categorico: per una buona ripresa è fondamentale, tanto quanto la fisioterapia, che torni alla sua vita quotidiana nell’amata casa di famiglia circondato dall’affetto dei figli, dai ricordi e dagli oggetti a lui più cari. Come fare ora che persino ricordi, mobili e oggetti sono stati già trasportati da uno zingaro ‘antiquario’? Ai quattro fratelli non resta che fingere che la villa non sia mai stata venduta e recuperare in fretta e furia mobili, cimeli e persino l’amato cagnolino, nel frattempo morto investito proprio dal sub di Alex
ma... tra nostalgia e incomprensioni, litigi e rappacificazioni, equivoci e sorprese, colpi di scena e ironia – inclusa una bandante russa sopra le righe (Nicoletta Romanoff), alla fine tutto andrà a posto. Una commedia che riporta in mente tante altre – soprattutto per l’idea della ‘rimpatriata fraterna’ -, ma garbata ed equilibrata, tanto da evitare cadute di tono, macchiette e certe volgarità a cui ci hanno quasi abituato le pellicole del genere degli ultimi decenni. E il gruppo di attori è simpatico e affiatato. José de Arcangelo
(2 ½ stelle su 5) Nelle sale italiane dal 16 novembre presentato da Vision Distribution

giovedì 9 novembre 2017

Come trovare un posto di lavoro nello spazio secondo The Jackal in "Addio Fottuti Musi Verdi"

Un altro gruppo di videomaker dal web sbarca sul grande schermo (come negli anni ’80 facevano quelli che provenivano dalla televisione), The Jackal, e per loro, ‘precari’ e appassionati di fantascienza, forse, era il momento giusto, dato che col digitale si può fare tutto e il contrario di tutto, se utilizzato nel modo
migliore, come in questo “Addio fottuti musi verdi” (evento speciale di Alice nella Città, la sezione autonoma e parallela alla Festa del Cinema). Ovvero comicità surreale e ‘sottile’, parodia e ironia, sentimenti e lavoro (che non c’è), sono gli ingredienti utilizzati dal quartetto Francesco Ebbasta (regista, sceneggiatore con Simone Ruzzo), Ciro Priello, Fabio Balsamo e Beatrice Arnera (protagonisti col proprio nome e cognome), assecondati da Roberto Zibetti e, direttamente dal “Gomorra” televisivo, Fortunato Cerlino
e Salvatore Esposito. E un divertentissimo cameo, autoironico, dell’amato-odiato Gigi Dalessio, incluse sue canzoni. Come è ormai assodato, chi ha talento prima o poi sfonda anche nel cinema, e il duo Priello-Balsamo funziona soprattutto nelle scenette a loro congeniali, anche se sul racconto lungo (durata standard 93’), qualche tempo morto ci scappa. Ma la storia è originale (mix di realtà attuale e fantascienza parodistica), in cui non mancano citazioni e rimandi, alti e bassi.
Il napoletano Ciro è un super qualificato grafico pubblicitario (una laura 100 e lode, tre specializzazioni), specializzato in porte in faccia e collezionista di delusioni che, dopo averle provate tutte decide di partecipare a un concorso e mandare il suo curriculum – su consiglio dell’amico Simone, appassionato della serie fantascientifica da titolo (AFMV l’acronimo) e aiuto fotografo di matrimoni del padre – nientedimeno che nello spazio, ovvero agli alieni. “Tanto quelli figurati se rispondono!”, e invece non solo lo fanno ma lo teletrasportano su un’astronave offrendogli l’agognato e meritato ‘posto fisso’. Però c’è in ballo l’intero pianeta…
Visto che siamo nell’ambito della parodia e dintorni, questi alieni sono veramente ‘strani’, anche se è quello che loro pensano degli umani. Una variazione originale e supertecnologica – produce Cattleya con RaiCinema - che ricorda un po’ quelle di Mel Brooks (vi ricordate “Balle spaziali”). Quindi, è uno spettacolo gradevole anche per chi non ha conosciuto il sodalizio via internet. Peccato perché l’idea di partenza c’è, la novità pure, l’ambizione e le buone intenzioni anche, manca però la sostanza. Anziché ridere spesso si sorride. José de Arcangelo
(2 ½ stelle su 5) Nelle sale italiane dal 9 novembre presentato da O1 Distribution

mercoledì 1 novembre 2017

Dopo una lunga assenza torna Federico Moccia con la solita 'teen comedy' aggiornata e corretta "Non c'è campo" con Vanessa Incontrada e C.

Il nuovo film di Federico Moccia “Non c’è campo” parte da uno spunto originale – tra l’altro vero in Molise – per la consueta commedia adolescenziale e definita dallo stesso regista ‘teen comedy’ dove tutto o quasi resta in superficie e descrive un gruppo di studenti, adolescenti disperati perché, portati in gita culturale, scoprono che in quel simpatico borgo non c’è campo, appunto, per cellulari, iPod e via dicendo, tecnologicamente parlando.
Un cast giovane – non tutti esordienti e provengono soprattutto dal piccolo schermo, ma per la prima volta protagonisti – assecondato da attori adulti nei ruoli di genitori e professori. I teen-ager sono Beatrice Arnera (Flavia Giuliani), Mirko Trovato (Francesco Lamberti), Eleonora Gaggero (Virginia), Caterina Biasiol (Valentina Castoldi), Leonardo Pazzagli (Claudio Foschi), Federico Cesari (Massimo), Neva Leoni (Carlotta), Serena Iansiti (Giorgia). Attorno a loro Vanessa Incontrada (Laura Basile), Gian Marco Tognazzi (Andrea), Corrado Fortuna (Gualtiero Martelli), Claudia Potenza (Alessandra Cenci), Marzia Ubaldi (nonna Adele) e Michele De Virgilio (Filippo).
Laura, professoressa di liceo, ha molto a cuore la preparazione dei suoi alunni, tra cui Francesco, Flavia e Valentina, e decide di portarli in gita. Eccitati dalla prospettiva, i giovani affrontano un lungo viaggio in pullman pieni di aspettative, ma un imprevisto scombussola i piani: nel piccolo paese salentino dove vengono accolti dall’artista Gualtiero Martelli: Non c’è campo. Per i ragazzi è un incubo, ma saranno costretti a ‘sopravvivere’ e il ‘black out telematico’ gli costringerà a imprevedibili reazioni, rivelazioni e nuovi amori.
“Per il mio ritorno alla regia – dice Moccia – ho scelto di raccontare una storia di grande impatto emotivo, unendo la mia conoscenza del mondo dei giovani con l’attualità della società moderna. Insieme alle due autrici, Chiara Bertini e Francesca Cucci, la sceneggiatura è stata scritta partendo da un’idea molto semplice e tuttavia divenuta essenziale in questo momento storico. Facebook, Whatsapp, Snapchat, Twitter, Instagram: la nostra esistenza è intasata da cose che fino a pochi anni fa erano impensabile da condurre, ne
risentirebbero il lavoro, i nostri rapporti sociali, e, in alcuni casi, la nostra stessa autostima. Naturalmente questo non è vero, è solo un’illusione dovuta all’intossicante presenza dei social media che pervadono ogni ambito delle nostre vite. La tecnologia ha preso il sopravvento e non soltanto i ragazzi nati nel 2000 non hanno mai conosciuto un’altra realtà se non quella attuale ma anche gli adulti hanno ormai con il proprio cellulare un rapporto tanto stretto da andare letteralmente in giro con il proprio mondo in tasca”.
Tutto vero solo che nel film è banalizzato e moralistico, e viene offerto un quadro delle nuove generazioni convenzionale tanto che, se realmente sono così, sarà difficile che riescano a costruirsi un futuro, dato che questo per loro sembra il maggior ostacolò – ci sono attacchi di panico -, oltre agli amori adolescenziali – quelli sì comuni e tipici dell’età -, i soliti scherzacci e un (leggero, purtroppo conosciamo fatti veramente tragici) atto di bullismo contro il più tecnologico di tutti, costretto a fare
outing e – guarda un po’ – accettato da tutti. Però mancano l’ironia (anche auto) e il vero divertimento, almeno per gli adulti di una volta, visto che tutto scivola sul sentimentale – da fiction televisiva -, o giù di lì. Quindi, si diverta chi può. Per chi si accontenta, la scelta musicale è in target, con la partecipazione di Elodie (“Semplice”), Margherita Principi (gli inediti “Get to the Top” e “Il tuo cuore sempre accanto”), che viene dalla nona edizione di XFactor; Sergio Andrei (il brano omonimo al film, oltre a interpretare la parte di Daniele). Per gli altri “Non c’è (s)campo”.
“La scelta della Puglia come set per le riprese – precisa il regista – è stata dettata da due importanti considerazioni. Innanzitutto la bellezza del territorio pugliese che offre scorci e scenari davvero impagabili; inoltre stavamo cercando un piccolo paesino che fosse credibile per quanto riguarda la situazione problematica ‘senza’ campo che racconto nel film. Scorrano si è prestata perfettamente come interprete e protagonista anche perché in questo paese effettivamente… non c’è campo!”
“Il paesino di Scorrano, visivamente parlando - conclude Moccia -, il luogo offre dei meravigliosi panorami ed è anche sede di una straordinaria tradizione artigianale legata alle luminarie. Le luminarie, straordinarie architetture costruite con delle semplici lucine, rappresentano una eccellenza italiana conosciuta anche all’estero, che attira turisti da ogni parte del mondo e ben si presta ad un ottima resa visiva sul grande schermo”.
I ragazzi parlano di questa esperienza, ma glissano sul fatto di sentirsi o meno identificati con i giovani che interpretano, invece tutto sono d’accordo che è stata un’esperienza fantastica e che è nata un’amicizia fra loro, e su questo è d’accordo anche la prof Vanessa Incontrada. E, se è vero che chi tace acconsente, vuol dire che almeno un po’ si sentono così. José de Arcangelo
(1 ½ stella su 5) Nelle sale italiane dal 1° novembre distribuito da Koch Media

giovedì 19 ottobre 2017

Una dark comedy all'italiana e al femminile ironica e sensuale, scritta e diretta da Nadia Baldi, con un efficace cast: "Veleni"

Una suggestiva commedia dark ambientata nell’Italia degli anni Cinquanta, quando molti paesi erano rimasti in mano alle donne, custodi di segreti e bugie, storia e tradizione, anche se non avevano il potere assoluto. Un film scritto (con Ruggero Cappuccio) e diretto da Nadia Baldi, “Veleni” scorre fra dramma e commedia, noir ed ironia, e non è a caso che la regista metta in risalto le atmosfere noir e sensuali che
trasformano il racconto è un giallo pieno di fascino e misteri. Siamo nel 1951, in un paesino dell'Italia meridionale pressoché popolato da sole donne, visto che gli uomini erano morti in guerra o costretti ad emigrare all’estero per lavoro. Antonio (Giulio Forges Davanzati), giovane professore di lettere presso un collegio di Gesuiti, torna sul luogo natale per assistere al funerale di suo padre, il dottor Bonadies, medico condotto e psichiatra del villaggio, morto un
giorno prima in circostanze misteriose. Il professore è deciso a conoscere le ombre che incombono sul passato di suo padre e sfida l’atmosfera surreale di cui la madre e la zia (avevano un rapporto perverso col medico) si circondano nella loro vita, dedicandosi alle arti alchimiste. Una storia che ricorda le commedie noir del passato, fra tutte quella di Joseph Kesserling (l’arsenico è quasi una citazione), portata sul grande schermo da Frank Capra, ma anche i gialli di Agatha Christie, che
purtroppo risente di un impianto teatrale (gli autori sono i fondatori del ‘Teatro Segreto’), ma che comunque coinvolge e incuriosisce lo spettatore, anche grazie a un cast di sicuro e riconosciuto mestiere e a un supporto tecnico e visivo che raramente troviamo nei film indipendenti e spesso assente addirittura nel cosiddetto cinema commerciale. “Veleni” è stato girato interamente nel Parco nazionale del Cilento, Vallo di Diano e Alburni.
“Racconto una storia che ruota intorno al disvelamento di una serie di segreti – ha dichiarato la regista - e si concentra sugli insondabili misteri della mente umana. Dietro la patina ormai corrosa di un perbenismo aristocratico, infatti, le due eccentriche sorelle Bianca e Dianora, decidono di prendersi cura a modo loro di quello che è un mondo femminile ormai rimasto isolato, in un piccolo paese del Sud Italia, a causa delle guerre e dell'emigrazione”.
Ma, come di consueto, la pellicola - in ogni caso notevole e ben al di sopra della media, ha dovuto aspettare un po’ di tempo per avere un’uscita degna, la quale, alla fine, è stata rimandata di un mese. Infatti, era prevista il 7 settembre. Nel bel cast Lello Arena (il vagabondo Melograno, gira per le strade armato di un grammofono che diffonde musica lirica), Tosca D’Aquino (Bianca, la zia), Roberto Herlitzka (Rettore), Vincenzo Amato (Bonadies),
Giuseppe Mannajuolo (Oreste), Gea Martire (Dianora, la madre), Franca Abategiovanni (Annunziata), Annie Pempinello (Claudia), Marina Sorrenti (Marta), Rossella Pugliese (paziente) e Norman Mozzato (il prete). Buona l’ambientazione anni Cinquanta grazie anche alla fotografia di Giovanni Ragone, assecondato dalla scenografa Mariangela Caggiani, dal costumista Carlo Poggioli e dalla truccatrice Desideria Corridoni. Le musiche originali sono di Marco Betta, mentre il montaggio è affidato alla premiata Esmeralda Calabria. José de Arcangelo
(2 ½ stelle su 5) Nelle sale italiane dal 19 ottobre distribuito da Draka Cinema

giovedì 31 agosto 2017

Torna il grande Pierre Richard in una commedia contemporanea fra internet e rapporti intergenerazionali: "Un profilo per due"

Una commedia degli equivoci contemporanea che prende spunto dalla realtà, ispirandosi al vecchio “Cyrano de Bergerac” – cult della letteratura romantica francese -, per parlare di terza età, solitudine e curiosità. “Un profilo per due” (Un profil pour deux), scritto e diretto da Stéphane Robelin, si affida a una vecchia gloria della commedia come Pierre Richard (da “Alto, biondo e… con una scarpa nera” a “La capra” e “Les compères”), affiancandola al giovane Yaniss Lespert per raccontare il lato
positivo di internet e il rapporto intergenerazionale. L’ottantenne Pierre (Richard) vive in solitudine da quando è rimasto vedovo. Per questo sua figlia Sylvie (Stéphane Bissot) decide di regalargli un computer, nella speranza di stimolare la sua curiosità e – perché no? – di permettergli di conoscere nuove persone. Grazie agli insegnamenti del trentenne Alex (Lespert), Pierre impara a navigare e presto s’imbatte in un sito di appuntamenti online. Utilizzando l’identità di
Alex, Pierre conosce Flora63 (Fanny Valette), un’affascinante giovane donna, e se ne innamora. Anche la giovane rimane affascinata dallo spirito romantico dei suoi messaggi e gli chiede un appuntamento. Intrigato da questa nuova avventura, Pierre deve a questo punto convincere Alex ad andare all'incontro al suo posto… Quindi, un film (di coproduzione franco-belga-tedesca) sulla riscoperta del gusto della vita da parte di un divertente Cyrano 2.0. Una storia sull’amore ai tempi dei Social Network che conquista e diverte con tono leggero e ritmo vivace.
“Volevo raccontare una storia moderna – dichiara il regista – con cui lo spettatore si potesse identificare. Internet è un segno della modernità. Le generazioni più giovani che sono nate e cresciute non si rendono conto di quanto questo strumento abbia cambiato tutto. Ha aperto il mondo a nuove possibilità di comunicare, viaggiare, incontrarsi, condividere le esperienze, sognare, crearsi una nuova identità e persino innamorarsi, quasi da un giorno all’altro. E tutto questo senza nemmeno uscire di casa! Raramente abbiamo avuto a disposizione un veicolo migliore per la nostra immaginazione. Allo stesso tempo, essendo uno strumento relativamente nuovo, alcune persone anziane non hanno avuto la possibilità di apprendere come utilizzarlo nella vita di tutti i giorni”.
E sui ‘nonni’ aggiunge: “Sento un legame con gli anziani. Mi piace immaginare quali siano le loro storie. Quando si invecchia, diventa tutto più complicato. Si attraversa una nuova fase della vita, si cercano soluzioni e si combattono nuove battaglie. Per me la definizione di eroe è qualcuno che lotta e accetta un certo numero di cambiamenti nella propria esistenza. Mi sono molto divertito scrivendo ‘E se vivessimo tutti insieme?’ (il suo precedente film sul tema ndr.). In questo film, si racconta la storia di un gruppo di anziani che, nonostante gli acciacchi e le malattie, decidono di condividere una casa e vivere tutti insieme”.
“Con ‘Un profilo per due’ – prosegue – ho avuto modo di rifarmi alle stesse tematiche aprendo ulteriormente la discussione sul rapporto fra generazioni. A Pierre si presenta l’opportunità di immedesimarsi in un giovane, da qui l’idea di uno scambio di identità tra un anziano signore e un ragazzo che potrebbe essere suo nipote. Forse si tratta di una reminiscenza della mia infanzia. Ho avuto una grande fortuna di conoscere tutti e quattro i miei nonni. Quando ero giovane li vedevo spesso. Mi hanno dato tantissimo, e mentre io da adolescente acquisivo indipendenza, loro gradualmente la perdevano. Ho trovato questa inversione di ruoli evocativa”.
Nel cast anche Stéphanie Crayencour (Juliette), Gustave Kervern (Bernard), Pierre Kiwitt (David), Philippe Chaine (il produttore), Anna Bederke (Madeleine), Arthur Defays (Simone) e la rediviva Macha Méril (Marie), una delle ‘piccole’ icone della ‘Nouvelle Vague’, non solo. Le musiche originali sono del grande Vladimir Cosma. José de Arcangelo
(3 stelle su 5) Nelle sale italiane dal 31 agosto 2017 distribuito da Officine Ubu

domenica 27 agosto 2017

Morto il regista Tobe Hooper: rivoluzionò il genere horror rendendolo terribilmente realistico con "Non aprite quella porta"

E’ scomparso – a 74 anni a Los Angeles - Tobe Hooper (sul set al centro della foto sotto a sinistra) proprio quando nelle sale sta per uscire il suo ultimo lavoro, nelle vesti di produttore, che è “Leatherface”, il prequel del suo mitico horror realistico e contemporaneo che lo rese famoso e rivoluzionò il genere: “Non aprite quella porta” (The Texas Chainsaw Massacre, 1974), ispirato non a caso ad un efferato e orribile fatto di cronaca nerissima, proprio nel suo Texas, visto che era nato ad Austin.
Un film che divenne subito cult e fece nascere un vero e proprio filone di horror quotidiani dove tutto il male che è nell’uomo viene fuori insanguinando non solo le pagine della cronaca nera dei giornali ma anche la strada e lo schermo. Anche perché nel capostipite era entrata in scena la ‘motosega’ con cui lo spietato Leatherface (maschera di pelle umana) massacrava le sue vittime. E, infatti, in questo caso si trattava di un’intera famiglia serial killer cannibale, spuntata fuori proprio nella società occidentale, tra consumismo e contestazione.
Verranno fuori poi (negli anni Ottanta) il Jason (maschera da hockey) di “Venerdì 13” e il di “Nightmare” (on Elm Street) di Wes Craven che diventeranno saghe interminabili, e anch’esse oggetti di recenti remake. E le vittime saranno sempre giovani spensierati (poi tormentati se sopravvissuti) con voglia di campeggio, aria pulita e sesso in libertà. Hooper non è stato tra i più prolifici – stava sprecando il suo talento come professore e operatore di documentari prima di decidersi a fare film -, comunque se la sua opera prima “Eggshells” (1969), non era
proprio un horror, i protagonisti erano degli hippie che occupavano una casa abbandonata nel bosco che si rivelerà, ovviamente, maligna, ma nel 1976 firma “Quel motel vicino alla palude” che, sempre in chiave contemporanea, rivisita topoi e personaggi tipici del genere, esasperando la violenza che è in noi, e avvalendosi – come era moda ieri come oggi – della partecipazione di vecchie glorie, da Mel Ferrer a Carolyn Jones ("La famiglia Adams" in tv), da Stuart Whitman allo stesso ‘assassino’ Neville Brand, star della serie B anni ’50-‘60. In un piccolo ruolo Robert Englund, futuro Freddy Krueger della serie “Nightmare”. Le armi dell’omicida erano
stavolta una grossa falce e un gigantesco ‘alligatore’, da lì l’accenno alla palude del titolo italiano, mentre l’originale recita “Mangiati vivi!” (Eaten Alive!) che da noi diventerà il titolo di una pellicola del filone cannibalesco firmata da Umberto Lenzi. I suoi film coinvolgono e spaventano perché anche la macchina da presa (spesso effetto in mano quando non la si usava più tanto) è addosso ai protagonisti – vittime e carnefici – e l’uso dello schermo panoramico ci fa ‘vivere’ l’inseguimento preda-assassino come su un frenetico carrello, appunto.
Dopo l’esperienza (probabilmente negativa) di “The Dark”, firmato solo da John ‘Bad’ Cardos (che in realtà lo sostituì), e il televisivo “Le notti di Salem” (uscito in molti paesi in sala), Hooper passa all’horror da luna park con “Il tunnel dell’orrore” (1981), dove la paura e il terrore finti diventano orribile realtà per il solito gruppo di ingenui ragazzi in cerca di divertimento. Cambia tono con “Poltergeist – Demoniache presenze” (1982), prodotto da Steven Spielberg – e da lui scritto con Michael Grais - a chi rende omaggio nella sequenza iniziale, quella dell’arrivo, sereno e felice, della
famigliola nella nuova casa che, naturalmente, nasconde un orribile segreto. E l’orrore s’insinua – inquietante - attraverso il piccolo schermo di un televisore, ricettacolo di vizi e virtù (della nostra società), in cui bene e male sono sempre in bilico. “Space Vampires” (1985) segna il passaggio (o ritorno alle origini) all’horror fantascientifico, suggestivo e accattivante, ma non del tutto coinvolgente. Manca, forse, l’inquietudine che di solito riesce a trasmettere allo spettatore. E’, invece, il tipico film di fantascienza “Invaders” (1986), tra passato e presente del genere, con una Karen Black in anticipato viale del tramonto. Un ragazzino (come nei film di Spielberg) tenta di fermare un
gruppo di mostruosi marziani (simili ad “Alien”) che hanno invaso la sua cittadina (vedi i film anni ’50) in attesa di fare il lavaggio del cervello ai suoi abitanti. Infatti si tratta del remake del film omonimo (in Italia “Gli invasori spaziali”), tratto dal romanzo di Richard Blake. Lo stesso anno esce “Non aprite quella porta 2”, sui toni del grottesco e in sintonia/contrasto con il perbenismo reaganiano che domina il Paese, senza dimenticare il suo stile volutamente ‘sgradevole’, anche se gli effetti speciali di Tom Savini sono stati censurati dai produttori. La feroce famiglia cannibale,
infatti, incontra uno sceriffo (Dennis Hopper) più psicopatico di loro. Nel 1987 Hooper passa quasi definitivamente al piccolo schermo, infatti, il terzo capitolo “Leatherface – Non aprite quella porta 3” da noi è uscito solo in videocassetta. Firma allora svariati tv-movie ed episodi di serial, non solo horror, da “Un giustiziere a New York” a “Racconti della cripta”; da “Storie incredibili” a “Freddy’s Nightmare”. E nel 1995 torna sul grande schermo con “The Mangler – La macchina infernale”, tratto da Stephen King, sorta di horror tecnologico non privo di
fascino (metaforico-sociale). Ma ritorna subito su quello piccolo: da “Un filo nel passato” a “Dark Skies – Oscure presenze”; da “Prey” ai film-tv. Ritorno ancora al cinema con “La casa dei massacri” (Toolbox Murders, 2004), ma il film esce quasi esclusivamente in Dvd inclusi gli States, tranne in pochissimi paesi dove esce in sala (tra cui Israele e Filippine). Nel 2005 gira il deludente – non dal punto di vista visivo - “Il custode” (Mortuary), solita storia di una casa maledetta in cui si trasferisce una coppia per iniziare una nuova vita dopo un grave lutto. Ne seguono due episodi del televisivo “Masters of Horror“.
E’, invece, del 2009 il suo penultimo film “Destiny Express Redux”, inedito in sala, presentato soltanto al South by Southwest Film Festival (Usa). Storia di uno zombi, con in mano un braccio, che attraversa il mondo alla ricerca del senso della vita, ma incontra una ragazza zombi che afferra un corpo… Riusciranno a formare un corpo umano intero? L’ultimo lungometraggio girato da Hooper è “Djinn” (2013) che narra di una coppia, originaria degli Emirati Arabi (il film è stato prodotto proprio lì), ritorna da un lungo viaggio e scopre che il loro nuovo appartamento è stato costruito sul luogo dove sono accaduti malefici avvenimenti. Finora inedito in sala in Europa.
Oltre a produrre la maggior parte dei suoi film, Tobe Hooper negli anni 2000 ha prodotto la serie di remake del suo “Non aprite quella porta” (2003) di Marcus Nispel, “Non aprite quella porta: l’inizio” (2006) di Jonathan Liebesman, “Non aprite quella porta 3D” (2013) di John Luessenhop, e - come anticipavamo - il recente “Leatherface” (2017) di Alexander Bustillo & Julien Maury, con Lili Taylor e Finn Jones, in uscita negli Usa il 20 ottobre e in anteprima mondiale in Italia il 14 settembre 2017. José de Arcangelo

giovedì 24 agosto 2017

Gradevole spettacolo mozzafiato a Marsiglia con inseguimenti a tutto gas e anche a piedi in "Overdrive" con Scott Eastwood

Action thriller sulla scia di “Fast&Furious” (non a caso i due sceneggiatori-produttori hanno lavorato alla saga), ma meno ambizioso, ambientato nel sud della Francia, anzi principalmente a Marsiglia, “Overdrive” di Antonio Negret (“Snitch – L’infiltrato”) – scritto da Michael Brandt e Derek Haas - segue le spericolate
imprese dei fratelli Foster, ladri professionisti di automobili d’epoca, incappati negli intrighi della mafia locale, anzi internazionale. Andrew (Scott Eastwood) e suo fratellastro Garrett (Freddie Thorp), finiscono per sbaglio nella trappola del noto boss Jacomo Morier (Simon Abkarian). Unica via d’uscita per gli sfortunati e romantici ladruncoli è accettare il rischioso ‘incarico’ che il mafioso assegna loro: rubare la preziosissima Ferrari 250GT del
1962 dalla collezione di Max Klemp (Clemens Schick), collezionista e noto industrial-criminale tedesco insediatosi in Costa Azzurra. Giunti a destinazione, gli uomini di Klemp non sono i soli da cui i Foster devono guardarsi le spalle: lo spietato ‘datore di lavoro’ rapisce la fidanzata di Andrew, Stephanie (Ana de Armas), anche lei parte della
‘squadra’. Per i due fratelli, pronti a tutto per salvare la pelle, inizia una corsa contro il tempo tra incredibili acrobazie su quattro ruote e sfrenati inseguimenti al cardiopalma, (anche a piedi per le strade di Marsiglia). Colpo di scena nella sequenza finale (dopo altri ‘minori’) non del tutto prevedibile, anche se qualche indizio viene lasciato sfuggire lungo il percorso del film. Efficace spettacolo – per chi ama il genere e non gli eccessi di effetti speciali - su misura per il lancio da protagonista del figlio di Clint (la
somiglianza è a tratti incredibile), Scott, che il regista sottolinea con primissimi piani degli ‘occhi di ghiaccio’ come faceva Leone per papà Eastwood. Erano insieme in “Di nuovo in gioco” (2012), ma Clint lo aveva diretto in un piccoli ruoli in “Flag of Our Fathers”, “Gran Torino” e “Invictus”. Epilogo, ovviamente, a Parigi con le due coppie di innamorati.
E anche la coppia Eastwood (anche lui in “Fast&Furious 8” in ruolo secondario) con l’altra giovane star in ascesa Thorp, funziona facendone del film quasi un Buddy Buddy dell’azione, in una Marsiglia tutta da (ri) scoprire (grazie al direttore della fotografia Laurent Barès). Meno incisive le due presenze femminili, oltre la de Armas, Gaia Weiss (Devin), mentre sono efficaci le prestazioni dei cattivi di turno Abkarian, Abraham Belaga (Laurent Morier) e Schick. Non ultima ‘la sfilata’ di Bugatti, Ferrari – inclusa quella pilotata dal campionissimo Juan Manuel Fangio -, Porsche e via dicendo, doc e tutte d’epoca. José de Arcangelo
(2 ½ stelle) Nelle sale dal 23 agosto distribuito da Koch Media